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  • L’Adattamento urbano nel PNACC

    L’Adattamento urbano nel PNACC

    L’Italia è un hotspot climatico del Mediterraneo, con un aumento costante delle temperature medie, dei periodi di siccità e della frequenza di alluvioni ed eventi estremi. In questo scenario, i contesti urbani sono i luoghi in cui la crisi climatica smette di essere astratta e diventa concreta, quotidiana ed evidente: qui il suo impatto si somma a quello di altri fattori urbani, come il consumo di suolo o le condizioni dei singoli quartieri e dei servizi erogati.

    Il PNACC affronta il tema degli “Insediamenti urbani” (cap. 3.14) evidenziando la doppia natura delle città: luoghi dove si producono le maggiori quantità di emissioni e, al tempo stesso, dove si concentrano la gran parte delle condizioni di vulnerabilità agli effetti dei cambiamenti climatici. I fenomeni chiave individuati dal documento di piano sono tre:

    1. il pluvial flooding, ovvero gli allagamenti dovuti a sistemi di drenaggio portati al limite delle proprie capacità dalle piogge intense;
    2. le isole di calore, inasprite dall’aumento delle temperature medie;
    3. il dissesto idrogeologico urbano, causato dall’impermeabilizzazione del suolo.

    L’Allegato III (“Impatti e vulnerabilità settoriali“), afferma che i centri urbani “ospitano” più del 90% della popolazione italiana e che sono fondamentali per l’erogazione dei servizi sociali e culturali. Per queste caratteristiche il cambiamento climatico rischia di colpire una elevata percentuale di soggetti e attività sensibili, combinandosi con l’elevata eterogeneità di ogni contesto urbano — topografica, morfologica, demografica e socio-economica. Di conseguenza, la crisi climatica è quasi sempre un amplificatore di criticità pregresse. L’Allegato III evidenzia come la forte eterogeneità dei contesti urbani renda necessarie analisi a scala locale, anche di quartiere, per progettare gli interventi di adattamento.

    L’Allegato II (“Metodologie per la definizione di strategie e piani locali di adattamento ai cambiamenti climatici”) riprende questi principi e porta l’esempio delle ondate di calore, il cui rischio è più elevato nei quartieri densi, poveri di verde e con un’ampia popolazione anziana o in condizioni di vulnerabilità.

    Le città possono essere un “laboratorio dell’adattamento ai cambiamenti climatici”, in cui sperimentare interventi e azioni di vario tipo. Per gli insediamenti urbani, le azioni previste dall’Allegato IV (“Database delle azioni”) possono essere ricondotte a cinque grandi ambiti di intervento:

    1. Produrre dati e ricerca a scala urbana. Il punto di partenza è colmare il deficit conoscitivo: produrre dati climatici tramite downscaling — portando le proiezioni dei modelli climatici alla scala locale — finanziare la ricerca e costruire strumenti di consultazione quasi in tempo reale sul rischio climatico urbano.
    2. Migliorare i sistemi di allerta precoce, grazie a modelli previsionali più accurati e alla partecipazione degli stakeholder, definendo anche indicatori per monitorare le misure di adattamento, con l’obiettivo di raggiungere i soggetti in condizioni di vulnerabilità.
    3. Divulgazione e formazione. Il PNACC propone di migliorare la divulgazione di conoscenze ed esperienze per formare tecnici e amministratori locali, di coinvolgere il personale scolastico e i minori nelle scuole e di promuovere l’educazione degli attori privati e delle imprese.
    4. Pianificare e dare priorità alla spesa. Il suggerimento è di integrare l’adattamento negli strumenti urbanistici esistenti, razionalizzando la spesa pubblica secondo priorità di rischio e analisi costi-benefici, e privilegiando la manutenzione e la messa in sicurezza delle strutture esistenti.
    5. Sperimentare attraverso progetti pilota di interventi “green”: corridoi verdi periurbani; casi d’uso in periferie e centri storici per migliorare verde urbano, permeabilità e spazi di socialità; spazi pubblici multifunzionali per fronteggiare gli eventi estremi; ammodernamento a scala di edificio e quartiere nell’edilizia residenziale; interventi contro le isole di calore e gli allagamenti.

    Al di là delle azioni volte a migliorare la conoscenza della crisi climatica nel contesto urbano e i sistemi di allerta, le misure del PNACC propongono di affrontare il caldo estremo e gli allagamenti soprattutto con interventi di rinverdimento.

    Domande di approfondimento

    Domanda guida 

    Quali sono le principali sfide che le città italiane devono affrontare per adattarsi agli impatti dei cambiamenti climatici? 

    Domande specifiche 

    • Quali interventi ritieni più efficaci per contrastare il fenomeno delle isole di calore urbane?  
    • In che modo il verde urbano può contribuire concretamente alla resilienza climatica delle città?  
    • Le attuali politiche di mobilità urbana sono adeguate agli scenari climatici futuri?
    • Come integrare l’adattamento climatico negli strumenti ordinari di pianificazione urbana e territoriale? 
    • Esistono esempi di interventi urbani particolarmente innovativi o replicabili che dovrebbero essere valorizzati?  

            Domanda orientata all’azione 

            Se dovessi individuare una priorità assoluta per l’adattamento delle città nei prossimi dieci anni, quale sarebbe e perché? 

            Domanda finale trasversale a ogni argomento

            Guardando al PNACC nel suo complesso, quale ritieni sia oggi il principale ostacolo alla sua attuazione e quale la maggiore opportunità per accelerare il percorso di adattamento dell’Italia? 

          • Impatti e vulnerabilità settoriali ai cambiamenti climatici (Allegato III)

            Impatti e vulnerabilità settoriali ai cambiamenti climatici (Allegato III)

            L’Allegato III del Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici, PNACC, è il documento tecnico dedicato agli impatti e alle vulnerabilità settoriali. Il suo scopo è ricostruire come i cambiamenti climatici possano incidere sui sistemi naturali, sociali ed economici del territorio italiano. Il documento è organizzato in tre macro-aree: acqua, terra e attività antropiche. Al loro interno vengono analizzati 18 settori, dalle risorse idriche alla salute, passando per coste, foreste, agricoltura, turismo, infrastrutture ed energia.

            A differenza dell’Allegato IV, che raccoglie le possibili azioni di adattamento, l’Allegato III costruisce il quadro conoscitivo: serve a capire quali settori sono più esposti, quali vulnerabilità esistono già e dove l’adattamento deve intervenire con maggiore urgenza. Il documento aiuta a:

            • individuare gli impatti climatici più rilevanti per il territorio italiano;
            • riconoscere le vulnerabilità già presenti nei diversi settori;
            • collegare tra loro rischi ambientali, economici e sociali;
            • supportare la scelta delle priorità di adattamento;
            • fornire una base conoscitiva per strategie regionali, piani locali e azioni settoriali.

            Un punto centrale dell’Allegato III è che i fattori meteo-climatici non agiscono quasi mai da soli. Spesso funzionano come amplificatori di vulnerabilità preesistenti, territoriali e ambientali.

            Scenari climatici e macroregioni

            Per valutare gli impatti attesi, l’Allegato III utilizza scenari climatici e proiezioni riferite soprattutto al periodo 2021-2050. In diversi settori vengono considerate due traiettorie: RCP 4.5, scenario intermedio, e RCP 8.5, scenario associato a emissioni elevate. Le valutazioni sono riferite a sei macroregioni climatiche omogenee:

            1. Prealpi e Appennino settentrionale
            2. Pianura Padana, alto versante adriatico e aree costiere dell’Italia centro-meridionale
            3. Appennino centro-meridionale
            4. Area alpina
            5. Italia settentrionale
            6. Aree insulari ed estremo sud dell’Italia

            Questa suddivisione serve a evitare una lettura uniforme del rischio climatico: gli impatti non sono uguali in tutto il Paese e cambiano in base a clima, morfologia, uso del suolo, esposizione della popolazione e caratteristiche economiche locali.

            Acqua: risorse idriche, mare e coste

            Per le risorse idriche, il documento evidenzia che molti impatti climatici derivano da modifiche del ciclo idrologico. La sicurezza idrica viene considerata essenziale per sviluppo sostenibile, competitività economica e tutela dell’ambiente naturale. Negli ambienti marini, il riscaldamento globale favorisce l’ingresso e la diffusione di specie ad affinità calda, modifica la composizione delle comunità biologiche e può incidere sul funzionamento degli ecosistemi. Per le zone costiere, l’Allegato richiama il ruolo combinato di aumento della temperatura marina, variazione del livello del mare, acidificazione ed erosione. Le coste sono trattate come sistemi in cui dinamiche naturali e attività umane sono fortemente interconnesse.

            SettorePrincipali impatti e vulnerabilità
            Risorse idricheAlterazione del ciclo idrologico, riduzione della disponibilità, maggiore competizione tra usi civili, agricoli, industriali ed energetici.
            Ambienti mariniRiscaldamento delle acque, cambiamenti nella distribuzione delle specie, tropicalizzazione e meridionalizzazione del Mediterraneo.
            Acque interne e di transizioneStress su fiumi, laghi, zone umide, lagune e ambienti dipendenti dalle acque sotterranee.
            Zone costiereInnalzamento del livello del mare, erosione costiera, acidificazione e maggiore esposizione degli insediamenti costieri.

            Terra: dissesto, siccità, ecosistemi e foreste

            Per il dissesto geologico, idrologico e idraulico, l’Allegato ricorda che l’Italia presenta già una forte fragilità geomorfologica e idrogeologica. Le variazioni nella frequenza e nell’intensità di alcune precipitazioni possono aggravare condizioni di rischio già esistenti. Per le foreste, il documento analizza gli effetti attesi al 2021-2050 su composizione, distribuzione e pericolosità degli incendi. In alcune macroregioni viene indicato un possibile incremento della pericolosità di incendi boschivi, soprattutto nel periodo primaverile

            SettorePrincipali impatti e vulnerabilità
            Dissesto geologico, idrologico e idraulicoPossibile aggravamento di frane, alluvioni, colate e fenomeni legati a precipitazioni intense.
            Desertificazione, degrado del territorio e siccitàAumento dell’aridità, degrado della produttività dei suoli, perdita di carbonio organico e maggiore pressione su Sud e isole.
            Ecosistemi terrestriSpostamento degli areali, alterazioni dei cicli biologici, pressione su specie e habitat sensibili.
            ForesteRedistribuzione delle formazioni forestali, pressione su faggete e pinete mediterranee, aumento della pericolosità di incendi in alcune aree e stagioni.

            Attività antropiche: agricoltura, città, infrastrutture, energia e salute

            L’Allegato III dedica una parte rilevante ai settori produttivi e ai servizi essenziali. Per la pesca, ad esempio, segnala che i cambiamenti climatici possono modificare composizione, distribuzione e produttività degli stock ittici, aggravando vulnerabilità già legate al sovrasfruttamento. Nel settore energia, gli impatti riguardano sia la domanda sia l’offerta: diminuiscono i fabbisogni di riscaldamento, aumentano quelli di raffrescamento, crescono i picchi estivi di domanda elettrica e possono aumentare i rischi per produzione, trasmissione e distribuzione. Per la salute, il documento insiste sulla natura multisettoriale del problema: i rischi non dipendono solo dal sistema sanitario, ma anche da qualità urbana, servizi idrici, ecosistemi, inquinamento, condizioni sociali e capacità di prevenzione.

            SettorePrincipali impatti e vulnerabilità
            Agricoltura e produzione alimentareVariazioni delle rese, aumento del fabbisogno irriguo, stress termico per il bestiame, cambiamento delle vocazioni colturali.
            Pesca marittimaCambiamenti nella distribuzione degli stock ittici, ingresso di specie termofile e aliene, alterazione delle reti trofiche.
            AcquacolturaVulnerabilità degli impianti a temperatura, ossigeno disciolto, acidificazione ed eventi estremi.
            TurismoRiduzione dell’innevamento, pressione sul turismo montano e balneare, ridefinizione di stagionalità e flussi.
            Insediamenti urbaniIsola di calore, allagamenti urbani, consumo di suolo, vulnerabilità differenziate tra quartieri e popolazioni.
            TrasportiInterruzioni e danni a reti stradali, ferroviarie, aeroportuali, portuali e sistemi ipogei.
            Industrie e infrastrutture pericoloseMaggiore rischio di incidenti innescati da eventi estremi, inclusi eventi na-tech.
            Patrimonio culturaleDanni da eventi estremi, umidità, calore, erosione, biodeterioramento e maggiore esposizione dei beni all’aperto e costieri.
            EnergiaAumento della domanda di raffrescamento, pressione sui sistemi elettrici, riduzione della disponibilità idrica per termoelettrico e idroelettrico.
            SaluteAumento dei rischi da ondate di calore, inquinamento, eventi estremi, malattie trasmesse da vettori, acqua o alimenti.

          • Metodologie per la definizione di strategie e piani locali (Allegato II)

            Metodologie per la definizione di strategie e piani locali (Allegato II)

            Accanto alle metodologie le Regioni, il Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (PNACC) dedica un allegato specifico agli enti locali: comuni, città e aree metropolitane. L’Allegato II è una guida operativa pensata per chi, dentro l’amministrazione, deve attrezzarsi per rispondere ai cambiamenti climatici nel proprio territorio. Non propone un piano già pronto, ma un metodo di lavoro per costruirlo, riconoscendo che le soluzioni cambiano da luogo a luogo e che non esiste un approccio valido per tutti.

            Come nell’Allegato I dedicato alle regioni, anche questo è guidato dal concetto di rischio — si agisce dove le politiche pubbliche possono incidere di più — e dal principio del “mainstreaming”, secondo cui l’adattamento non deve restare un piano separato, ma entrare negli strumenti di pianificazione già esistenti. L’allegato nasce per superare le barriere che gli amministratori incontrano più spesso: carenza di dati e competenze, scarse risorse, debole coordinamento tra settori e livelli della pubblica amministrazione, incertezze operative.

            Il metodo è organizzato in tre fasi, da leggere non come una sequenza rigida ma come un ciclo che si aggiorna nel tempo, quando cambiano dati, rischi, risorse o conoscenze scientifiche.

            Creare le basi

            Il primo passo è organizzare il lavoro prima ancora di decidere le azioni. L’ente deve individuare il quadro giuridico di riferimento — dai trattati internazionali alle strategie europee, fino a PNACC e norme locali — e costruire la propria struttura di governance: chi decide, chi raccoglie i dati, chi coordina gli uffici, chi cerca le risorse, chi monitora. L’adattamento, infatti, non riguarda solo l’ufficio ambiente: chiama in causa urbanistica, lavori pubblici, mobilità, protezione civile, salute, sociale e bilancio.

            Questa fase comprende anche la collaborazione tra strutture amministrative — il coordinamento tra livelli di governo e tra settori diversi — e l’avvio della cooperazione con le parti interessate. Gli stakeholder (parti sociali, gruppi di interesse, organizzazioni della società civile, cittadini e cittadine) vanno coinvolti lungo livelli crescenti di partecipazione, dall’informazione alla consultazione fino alla piena partecipazione alle decisioni.

            Identificare i rischi e trovare le soluzioni

            Il secondo passo costruisce la base conoscitiva su cui poggia l’intera strategia. Prima di scegliere le opere, occorre capire cosa può succedere sul territorio: significa raccogliere e interpretare informazioni sul clima attuale, sugli eventi estremi già avvenuti e sugli scenari futuri, individuando le aree più esposte, le popolazioni più fragili, le infrastrutture e i servizi a rischio.

            Il rischio climatico nasce dall’incrocio di tre componenti: la pericolosità (un’ondata di calore, un’alluvione, una siccità), l’esposizione (le persone, gli edifici, i servizi presenti nelle aree colpite) e la vulnerabilità (la fragilità che rende più difficile resistere e reagire). La metodologia propone di ricostruire questa relazione attraverso la “catena di impatto”, che collega cause ed effetti fino al rischio. Un’ondata di calore, ad esempio, diventa rischio elevato quando colpisce quartieri densi e poveri di verde, abitati da molte persone anziane o con problemi di salute.

            Da qui si passa alla definizione di una visione d’insieme per il territorio, da cui derivano obiettivi e azioni. Le misure non hanno tutte lo stesso valore: vanno confrontate e ordinate per priorità secondo criteri come efficacia, fattibilità economica, urgenza e flessibilità. Le più solide sono spesso quelle “no-regret” e “win-win”, utili anche quando gli scenari futuri restano incerti e capaci di produrre più benefici insieme. 

            Attuare e monitorare

            Il terzo passo trasforma il piano in azione. Servono fasi attuative definite, responsabilità chiare per ogni misura, tempi realistici e, soprattutto, risorse: il PNACC non prevede un fondo dedicato, ma punta sull’uso integrato di fondi europei, nazionali e regionali già esistenti. Per questo il finanziamento va considerato fin dall’inizio.

            Il monitoraggio serve a capire se le azioni funzionano davvero, non solo se sono state avviate. La metodologia distingue tra “output” — ciò che viene realizzato, come gli alberi piantati o i metri quadri di suolo reso permeabile — e “outcome”, cioè il cambiamento prodotto, come la riduzione della temperatura in un’area o dei danni da allagamento. Saper tradurre gli obiettivi in indicatori misurabili, pochi e comprensibili, popolabili nel tempo e dotati di una baseline di partenza, è la condizione per valutazioni affidabili e per correggere la rotta quando qualcosa non funziona.

            L’adattamento locale come processo partecipato

            C’è un motivo per cui l’Allegato II insiste tanto sulla partecipazione e sulla scala di prossimità. È sul territorio che gli impatti climatici si fanno concreti e diseguali: non colpiscono tutti allo stesso modo, ma pesano di più su chi ha meno risorse, meno informazioni o minore capacità di risposta. Un piano locale che voglia essere efficace deve quindi chiedersi non solo quali rischi affrontare, ma chi protegge e come distribuisce i benefici — coinvolgendo nelle decisioni anche i gruppi più esposti, prima e non dopo che le scelte siano prese.

            L’Allegato II invita ogni ente locale a costruire un percorso stabile di adattamento che parta dai dati, coinvolga gli attori del territorio, riconosca rischi e vulnerabilità, scelga azioni prioritarie, le integri nei piani esistenti, trovi le risorse e ne verifichi gli effetti nel tempo. La sfida vera non è scrivere un nuovo documento, ma cambiare il modo in cui un territorio viene pianificato, gestito, finanziato e monitorato — passando, come per le regioni, da una logica di emergenza a una di prevenzione.

          • Metodologie per la definizione di strategie e piani regionali (Allegato I)

            Metodologie per la definizione di strategie e piani regionali (Allegato I)

            Tra gli allegati al Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (PNACC) vi sono le metodologie per la definizione di strategie e piani regionali, una cassetta degli attrezzi a cui le amministrazioni regionali possono far riferimento. L’approccio è dichiaratamente non prescrittivo in quanto si ritiene che non esista un approccio che si adatti bene a tutte le esigenze.

            Il metodo proposto dall’allegato è guidato dal concetto di rischio e, pertanto, si agisce dove le politiche pubbliche possono incidere di più. Allo stesso modo si segue il principio del “mainstreaming” secondo cui l’adattamento deve essere integrato negli strumenti di pianificazione già esistenti. L’allegato è composto da due documenti complementari: 1. la guida principale che delinea i passaggi fondamentali del processo, dall’organizzazione interna dell’ente fino al monitoraggio del piano; 2. le schede operative contenenti degli strumenti pratici.

            Costruire le basi

            Il primo passo che devono intraprendere le amministrazioni regionali consiste nel costruire le “basi” per l’adattamento individuando gli strumenti giuridici in materia per costruire una cornice di riferimento per le azioni che si intendono introdurre. La regione deve poi predisporre il sistema di governance necessario ad avviare, gestire e monitorare l’adozione della strategia o del piano, con la possibilità di revisione ed integrazione nel tempo. In questo caso occorre stabilire ruoli, resposabilità e meccanismo di coordinamento, a cui si aggiunge l’individuazione delle risorse finanziari disponibili e mobilitabili. In questa prima fase vi è quindi lo sviluppo della strategia e di un piano di azione con il coinvolgimento degli stakeholder. 

            Identificazione dei rischi

            Il secondo passo consiste nell’identificazione dei rischi e nella ricerca delle soluzioni. Le amministrazioni regionali devono in questo caso costruire la base conoscitiva su cui poggia l’intera strategia prendendo in considerazione gli effetti attuali e futuri del cambiamento climatico. Secondo la guida occorre definire lo scenario degli impatti attraverso tre attività: ricognizione degli impatti attuali su ambiente, ecosistemi e sistemi socioeconomici; valutazione dei rischi; analisi degli impatti futuri. Successivamente si passa alla definizione di azioni concrete tenendo presenti i rischi identificati.

            Attuazione e monitoraggio

            Il terzo passo riguarda il processo di attuazione che consiste nel garantire il coordinamento e la messa in atto di tutte le fasi di realizzazione. La regione dovrebbe quindi definire delle fasi operative, classificare il livello di adattamento attuale per costruire una baseline e rivalutarlo periodicamente. Oltre all’integrazione dell’adattamento nei piani e programmi esistenti o in corso di redazione, il compito della Regione è quello di creare strumenti per interventi trasversali. Per migliorare l’azione di adattamento, la metodologia propone una approccio iterativo supportato dalla costruzione di un set di indicatori affidabili e popolabili nel tempo, integrati nel monitoraggio complessivo del piano.

            Dalla reazione alla prevenzione

            L’Allegato I invita le Regioni a passare da una logica reattiva a una logica preventiva. In altre parole una Regione per adattarsi ai cambiamenti climatici dovrebbe:

            • conoscere in anticipo i rischi;
            • capire chi e cosa è più vulnerabile;
            • coordinare uffici e settori;
            • coinvolgere i soggetti interessati;
            • scegliere azioni prioritarie;
            • trovare risorse;
            • integrare l’adattamento nei piani esistenti;
            • monitorare gli effetti;
            • aggiornare periodicamente le azioni.
          • Il database delle azioni del PNACC (Allegato IV)

            Il database delle azioni del PNACC (Allegato IV)

            Il Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (PNACC) opera su due livelli di intervento: uno sistemico che riguarda il contesto organizzativo e uno di indirizzo. In particolare, dal punto di vista dell’indirizzo, il PNACC all’Allegato IV contiene un catalogo di 361 possibili azioni per guidare le scelte del decisore pubblico. Il Piano distingue tra tre tipi di azioni di adattamento ai cambiamenti climatici: 

            • le azioni soft (o immateriali); 
            • le azioni green basate sulla natura; 
            • le azioni grey (o infrastrutturali).

            A loro volta le azioni di adattamento ai cambiamenti climatici previste dal PNACC vengono distinte per tipologia e macro-categorie.

            Tra le misure “soft” di tipo A per l’adattamento rientrano le macro-categorie dell’informazione, dei processi organizzativi e della governance. Invece, tra le misure “non soft” di tipo B vi sono l’adeguamento di impianti e infrastrutture, soluzioni basate sui servizi ecosistemici (nature-based solution) e reti di difesa e drenaggio, manutenzione, stoccaggio idrico e laminazione.

            Complessivamente le azioni di adattamento ai cambiamenti climatici presenti nel database riguardano: 

            • il 37% l’informazione, 
            • il 32% il miglioramento della governance, 
            • il 12% l’adeguamento e il miglioramento delle infrastrutture, 
            • il 12% le nature-based solutions,
            • il 7% i processi organizzativi e partecipativi. 

            Le misure “soft”

            Quando il PNACC parla delle misure “soft”, intende tutte quelle azioni che non richiedono interventi fisici e che rafforzano le conoscenze, il quadro normativo, la governance, le competenze e la consapevolezza su come affrontare gli effetti dei cambiamenti climatici. 

            Nel database presente nell’allegato IV, le azioni soft compongono il 76% delle azioni suggerite. Di queste il 42% riguarda aspetti di governance come la pianificazione, gli strumenti economici e finanziari (assicurazioni, incentivi, piani di investimento, etc), adeguamenti legislativi e linee guida. La maggior parte invece, il 49%, si riferisce ad attività di informazione come le attività di monitoraggio, raccolta dati, ricerca, divulgazione, formazione e percezione dei rischi. Le restanti azioni, il 9%, sono quelle che si riferiscono alla sfera dei processi organizzativi e partecipativi dell’adattamento ai cambiamenti climatici.

            Le misure “green”

            Le misure “green” contenute nel PNACC sono le azioni che si ispirano alle cosiddette nature-based solution, ossia delle soluzioni che utilizzano le capacità degli ecosistemi e della natura per fornire servizi di adattamento. In questo caso parliamo, ad esempio, di azioni che possono avere lo scopo di ridurre l’effetto “isola di calore” attraverso il verde urbano. 

            Nel database offerto dal PNACC le azioni “green” costituiscono complessivamente il 13% delle misure proposte. Anche per la loro natura, quasi tutte le azioni sono categorizzate come “soluzioni basate sui servizi ecosistemici” mentre una piccolissima parte riguarda le azioni di adeguamento o riqualificazione delle infrastrutture. In generale Le misure green sono equamente divise tra azioni che riguardano ecosistemi fluviali, costieri e marini e ecosistemi forestali e agroforestali. 

            Le misure “grey”

            Le misure grey, diversamente da quelle soft, sono tutte quelle azioni che richiedono interventi di tipo infrastrutturale, tecnologico o ingegneristico per tutelare persone, beni e servizi dagli effetti dei cambiamenti climatici.
            Le misure grey compongono complessivamente l’11% delle azioni di adattamento previste dal PNACC e tutte rientrano nella voce del database dedicata agli interventi destinati all’adeguamento e al miglioramento di impianti e infrastrutture. Le azioni sono divise in due settori di riferimento: 1. gli interventi relativi alla generazione di energia elettrica e ai sistemi di raffreddamento; 2.  gli interventi dedicati ai sistemi di difesa dai rischi climatici.

            Come vengono attuate le azioni presenti nel database?

            I motivi della scelta di allegare un database di 361 azioni risiede nel fatto che spetterà ai diversi livelli di governo scegliere e attuare quelle più adatte al proprio contesto di riferimento. L’Osservatorio nazionale per l’adattamento ai cambiamenti climatici dovrà dare maggiori indicazioni sulle possibilità di attuazione e, in particolare, sulle possibili linee di finanziamento. 

            Le azioni del Database nell’allegato IV
            TipologiaSignificatoPeso nel database
            SoftAzioni non strutturali: governance, conoscenza, regole, formazione, pianificazione, informazione274 azioni, 76%
            GreenAzioni basate su ecosistemi e soluzioni naturali46 azioni, 13%
            GreyAzioni infrastrutturali e tecnologiche41 azioni, 11%
          • Il Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (PNACC)

            Il Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (PNACC)

            Il Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (PNACC) è un documento programmatico nazionale che definisce il quadro di riferimento per la riduzione degli impatti del cambiamento climatico attuale ed atteso. Il PNACC ha l’obiettivo di orientare l’azione pubblica per ridurre al minimo possibile i rischi climatici, a migliorare la capacità di adattamento dei sistemi socioeconomici e naturali, nonchè a trarre vantaggio dalle eventuali opportunità che si possono presentare con nuove condizioni climatiche. 

            Per raggiungere il proprio scopo principale il PNACC stabilisce quattro direttrici fondamentali:

            • contenimento delle condizioni di vulnerabilità dei sistemi naturali, sociali ed economici di fronti agli effetti dei cambiamenti climatici;
            • incremento della capacità di affrontare eventi futuri, rafforzando l’abilità di anticipare, gestire e recuperare dagli eventi estremi;
            • esplorazione dei potenziali vantaggi derivanti dal cambiamento climatico;
            • coordinamento delle azioni di adattamento al cambiamento climatico con lo scopo che siano integrate a tutti i livelli di governo.

            Il PNACC è stato approvato dal Ministro dell’Ambiente e della sicurezza energetica, con decreto n. 434 del 21 dicembre 2023, come strumento di attuazione della Strategia Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (SNACC) del 2015. Nel dicembre 2025 è stato istituito l’Osservatorio nazionale per l’adattamento ai cambiamenti climatici, una delle prime misure previste dal PNACC. Sul sito del Ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica (MASE) sono pubblicati cinque documenti che vanno a comporre il quadro complessivo del PNACC:

            Perché è importante il PNACC

            L’Italia è particolarmente esposta agli effetti del cambiamento climatico: aumento delle temperature, ondate di calore, siccità, piogge intense, alluvioni, erosione costiera, crisi idriche, perdita di biodiversità e impatti su salute, infrastrutture, agricoltura, turismo ed economia. Il PNACC nasce per affrontare questi aspetti ed evitare che le azioni di adattamento restino frammentate tra settori e livelli di governo. Il PNACC dovrebbe aiutare a conoscere meglio i rischi, coordinare le decisioni, integrare l’adattamento nei piani esistenti e monitorare i risultati.

            Cosa prevede il PNACC

            Il Piano opera su due livelli: uno sistemico con cui costruisce le condizioni per far funzionare le azioni di adattamento e uno di indirizzo con cui fornisce una cornice di indirizzo per tutti gli attori coinvolti. A livello sistemico prevede una governance nazionale e forme di coordinamento tra livelli di governo, piani esistenti e rafforzamento delle conoscenze scientifiche. A livello di indirizzo, invece, indica metodologie e possibili azioni da usare nella pianificazione territoriale e settoriale.

            Il documento del Piano è articolato in sei parti:

            1. quadro giuridico, 
            2. quadro climatico nazionale, 
            3. impatti e vulnerabilità settoriali, 
            4. misure e azioni, 
            5. finanziamento dell’adattamento, 
            6. governance.

            A questi si aggiungono degli allegati dedicati alle metodologie per piani regionali e locali, agli impatti e vulnerabilità settoriali e al database delle azioni di adattamento.

            La Governance del PNACC

            Il cuore del PNACC è la governance per l’adattamento ai cambiamenti climatici, con l’Osservatorio nazionale per l’adattamento ai cambiamenti climatici viene istituito un organismo pensato per coordinare il processo di adattamento attraverso tre componenti principali: 1. il Comitato, 2. la Segreteria Tecnica, 3. Il Forum. 

            Il Comitato è l’organo collegiale di indirizzo composto dai rappresentati dei principali Ministeri e dei Governi regionali e locali, mentre la Segreteria tecnica fornisce il necessario supporto tecnico-scientifico. Il Forum è invece lo spazio dedicato al dialogo, al confronto e al coinvolgimento di tutti i portatori di interesse. Attraverso il Forum, associazioni ambientaliste, rappresentanti del settore privato, mondo della ricerca e organizzazioni della società civile possono partecipare attivamente al processo, portare le proprie istanze, condividere conoscenze e contribuire con proposte concrete.

            Gli attori coinvolti nel PNACC
            Ministero dell’Ambiente e della sicurezza energeticaGuida del Piano e istituzione della governance
            Altri MinisteriIntegrazione dell’adattamento nelle politiche di competenza
            Osservatorio nazionaleCoordinamento, coinvolgimento società civile, aggiornamento, monitoraggio, individuazione priorità e fonti finanziarie attraverso il Comitato, la Segreteria e il Forum
            Regioni e Province autonomePianificazione e attuazione territoriale
            Comuni e ANCIAttuazione locale e integrazione nei piani urbani e territoriali

            Le risorse e gli strumenti finanziari previsti dal Piano

            Per l’attuazione del Piano non è stato previsto un fondo dedicato ma si è optato per il cosiddetto “mainstreaming finanziario” secondo cui si intende utilizzare e coordinare fondi europei, nazionali e regionali già esistenti affinché siano orientati anche ad azioni di adattamento. Il compito di indicare possibili fonti di finanziamento spetta all’Osservatorio nazionale per l’adattamento ai cambiamenti climatici.

            Monitoraggio, reporting e valutazione

            Il PNACC prevede un sistema di monitoraggio, reporting e valutazione. Attraverso il monitoraggio si controlla lo stato di avanzamento delle politiche e delle iniziative di adattamento, mentre con la valutazione si cerca di verificare l’efficacia delle azioni, gli effetti prodotti ed eventuali risultati inattesi. L’attività di reporting consistono nella documentazione e comunicazione dei risultati raggiunti. Dopo l’approvazione del Piano è previsto un rapporto di monitoraggio con cadenza triennale. Queste attività sono funzionali all’aggiornamento periodico del Piano che è previsto ogni sei anni.

          • Cosa è un processo deliberativo?

            Cosa è un processo deliberativo?

            Un processo deliberativo è un insieme di incontri che servono per approfondire, discutere e decidere su un problema rilevante per le persone. In un processo deliberativo i e le partecipanti ricevono informazioni, ascoltano punti di vista diversi, discutono in gruppo e cercano di trovare insieme soluzioni condivise. 

            In un processo deliberativo ci sono generalmente tre momenti chiave. 

            1. La fase di informazione e apprendimento, in cui chi partecipa riceve tutte le informazioni necessarie sul tema in discussione da persone esperte e può fare domande, chiedere approfondimenti, scambiare conoscenze e suggerire ulteriori informazioni su cui riflettere.    
            1. La fase di dialogo e deliberazione in cui le persone possono dialogare tra loro in gruppi ristretti, scambiarsi opinioni e idee sul tema in discussione, confrontare i diversi punti di vista e condividere le proprie proposte per superare le criticità riscontrate.  
            1. La fase di decisione in cui i e le partecipanti condividono le proprie proposte o soluzioni sul tema in discussione e scelgono quelle più importanti. In questa fase le persone cercano di accordarsi sulle proposte da fare ma se non si trova un accordo si decide a maggioranza qualificata (almeno i 2/3 di chi partecipa). 

            Alla fine del processo deliberativo le idee e le proposte scelte vengono riunite in un documento di raccomandazioni che verrà dato a chi può realizzarle.  

          • Il caso di studio italiano

            Il caso di studio italiano

            Il caso di studio italiano consiste in un processo deliberativo articolato in quattro fasi: informativa, deliberativa, decisionale e di valutazione. Ogni fase ha un obiettivo preciso e richiederà specifiche ma semplici attività

            1. FASE INFORMATIVA 

            La fase informativa serve a fornire tutte le conoscenze utili per partecipare in modo consapevole. Questa fase consisterà in un incontro online diviso in due momenti:  

            • Un modulo introduttivo sui contenuti e gli obiettivi del progetto e sul funzionamento del sito e dell’applicazione ECHO basata sull’Intelligenza Artificiale che poi utilizzeremo negli incontri successivi 
            • Un secondo modulo informativo in cui riceverete informazioni sui contenuti principali del Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (PNACC) e su alcuni temi ad esso collegati. In questa fase saranno inoltre messi a disposizione sul sito materiali di approfondimento da consultare, commentare o integrare con ulteriori proposte di lettura.  

            Cosa dovrai fare in questa fase: 

            • Partecipare all’incontro informativo online. 
            • Seguire la presentazione sul progetto, sulle modalità di partecipazione e sui contenuti del PNACC 
            • Imparare a usare il sito e la piattaforma Dembrane – ECHO. 
            • Consultare e commentare i materiali di approfondimento disponibili online.  

            2. FASE DELIBERATIVA 

            La fase deliberativa è il momento del confronto. A partire dalle informazioni ricevute, dovrete segnalare criticità, formulare osservazioni e proporre suggerimenti per migliorare il Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici, anche con il supporto delle funzionalità di intelligenza artificiale offerte da Dembrane – ECHO. Questa fase si svolge in due passaggi.  

            • In un primo momento, ti verrà chiesto di inviare individualmente alcune considerazioni riguardo alle criticità riscontrate nel PNACC o, in generale, nelle politiche di adattamento ai cambianti climatici. Potrai inviare le vostre considerazioni utilizzando la piattaforma Dembrane – ECHO nelle modalità che ti verranno spiegate .  
            • Dopo aver ricevuto i tuoi contributi, faremo un nuovo incontro online in cui analizzeremo insieme la sintesi delle criticità emerse e gli ulteriori spunti di riflessione suggeriti dall’intelligenza artificiale. Successivamente ci divideremo in piccoli gruppi di lavoro per individuare possibili soluzioni condivise alle criticità emerse.  

            Cosa dovrai fare in questa fase: 

            • Inviare osservazioni e criticità individuali tramite Dembrane -ECHO. 
            • Leggere la sintesi prodotta a partire dai contributi raccolti. 
            • Partecipare all’incontro online di confronto. 
            • Lavorare in piccolo gruppo per cercare soluzioni condivise. 
            • Valutare e convalidare gli spunti proposti dall’intelligenza artificiale. 

            3. FASE DECISIONALE 

            Nella fase decisionale dovrai esprimerti sulle principali proposte emerse nella fase precedente. Durante un nuovo incontro online ti verrà presentata la lista delle proposte e ciascuna sarà sottoposta a votazione separatamente. Saranno considerate approvate solo le soluzioni che ottengono il voto favorevole di almeno due terzi del gruppo partecipante. Chi lo desidera potrà anche proporre emendamenti, che saranno a loro volta votati. L’intelligenza artificiale ci aiuterà anche in questo caso a trovare possibili soluzioni condivise. Al termine dell’incontro sarà redatto un documento finale con le soluzioni approvate, che verrà pubblicato su questo sito.

            Cosa dovrai fare in questa fase 

            • Esaminare l’elenco delle proposte emerse. 
            • Valutare le diverse opzioni discusse. 
            • Votare le proposte una per una. 
            • Proporre eventuali modifiche o emendamenti, se lo ritenete utile.

            4. FASE DI VALUTAZIONE  
            La fase di valutazione finale serve a raccogliere le tue impressioni sul percorso svolto e sui risultati raggiunti. Attraverso un modulo online potrai inviare un feedback su come hai vissuto il processo e su quanto ti senti rappresentata/o dal risultato finale. 

            Cosa dovrai fare in questa fase: 

            • Compilare il modulo di feedback online. 
            • Indicare punti di forza, criticità ed eventuali suggerimenti sullo svolgimento del processo deliberativo. 
            • Esprimere quanto vi sentite rappresentati dalle proposte finali. 

            Dopo la raccolta dei feedback, verrà predisposto il documento conclusivo del processo deliberativo, che conterrà le proposte votate, le proposte non approvate e le ulteriori osservazioni raccolte tramite il modulo finale.

          • Il progetto AI4Deliberation

            Il progetto AI4Deliberation

            AI4Deliberation è un progetto europeo che supporta governi e decisori pubblici nello sviluppo di processi deliberativi innovativi, etici e abilitati dall’intelligenza artificiale.

            AI4D mira a rafforzare la partecipazione civica e la fiducia nelle istituzioni attraverso strumenti di intelligenza artificiale (AI), linee guida pratiche e metodologie per rendere i processi deliberativi più trasparenti, inclusivi, multimodali e gamificati.

            Il progetto prevede lo sviluppo di un toolkit basato sull’AI per progettare, gestire e valutare deliberazioni democratiche su larga scala, con funzionalità come sintesi, moderazione, fact-checking e rilevazione di linguaggi d’odio. Sono previsti quattro casi di studio su larga scala, dal livello locale a quello internazionale, su temi come cambiamento climatico e long COVID.

            Per maggiori informazioni:

            Home – AI4Deliberation