Per gestione del rischio si intende l’applicazione di strategie, politiche e azioni di riduzione, prevenzione e preparazione al rischio, che contribuiscono al rafforzamento della resilienza e alla riduzione delle perdite. La gestione del rischio può essere rappresentata come un sistema circolare, scandito da diverse fasi in successione.
Per comprendere questo concetto dobbiamo partire dall’equazione del “rischio”, definito dalla combinazione di pericolosità, vulnerabilità ed esposizione (R = P × V × E), dove:
- P = pericolosità: la probabilità che un fenomeno di una determinata intensità si verifichi in un certo periodo di tempo, in una data area dove si colloca la risorsa o il sistema;
- V = vulnerabilità: l’insieme delle caratteristiche di un sistema o di una risorsa che lo rendono suscettibile agli effetti di un fenomeno;
- E = esposizione: il numero di unità (o il valore) di ciascuno degli elementi a rischio presenti nella risorsa o nel sistema.
Si tratta di un tema centrale per l’adattamento, perché sia l’Allegato I (“Metodologie per la definizione di strategie e piani regionali di adattamento ai cambiamenti climatici”) sia l’Allegato II (“Metodologie per la definizione di strategie e piani locali di adattamento ai cambiamenti climatici”) impostano l’adattamento di regioni ed enti locali sul concetto di rischio. Gli Allegati ricostruiscono questa relazione attraverso la “catena di impatto”, che collega cause climatiche, esposizione e vulnerabilità fino al rischio finale. È uno strumento operativo: chiede a regioni ed enti locali di tradurre l’equazione del rischio nel proprio territorio — individuando quali pericoli, quali elementi esposti e quali vulnerabilità contano davvero in quel contesto — per scegliere e dare priorità alle azioni di adattamento più opportune.
Il rischio idrogeologico, ossia la probabilità che eventi meteorologici causino frane o alluvioni, è centrale nel documento del PNACC. Frane e alluvioni sono riportati come gli impatti diffusi tra più settori, quali ad esempio il suolo, gli insediamenti urbani, la salute o gli aspetti socioeconomici. Anche l’Allegato III (“Impatti e vulnerabilità settoriali”) riconosce che l’Italia è caratterizzata da una forte fragilità geomorfologica e idrogeologica preesistente e che questa viene aggravata dal cambiamento di frequenza e intensità delle precipitazioni.
Gli Allegati I e II, elaborati come strumento di supporto alle pubbliche amministrazioni, scompongono le opzioni di adattamento in tre leve:
- ridurre l’esposizione, ad esempio attraverso la delocalizzazione, cioè lo spostamento di strutture, infrastrutture o popolazione fuori dalle aree a rischio;
- ridurre la sensitività agli impatti climatici, grazie ad adeguamenti strutturali;
- aumentare la capacità di adattamento, con sistemi di allerta precoce, miglioramento delle conoscenze e piani di emergenza.
Tra le azioni dedicate alla gestione del rischio prevalgono quelle relative alla creazione di conoscenza, meccanismi di monitoraggio e metodi di mappatura. In questo ambito rientrano le azioni proposte che riguardano i monitoraggi multi-parametrici (frane, permafrost, aree carsiche, costiere, idrometria, neve), modelli probabilistici e fisici di previsione, la creazione di banche dati condivise e il miglioramento della mappatura del rischio. Vi sono anche azioni intersettoriali che toccano i settori della salute, del patrimonio culturale e dei trasporti. Vi sono poi azioni che si riferiscono ai sistemi di allerta precoce e di supporto alle decisioni, l’elaborazione di linee guida tecniche per la progettazione e l’integrazione del rischio e di criteri climatici negli strumenti urbanistici e nelle procedure di VIA (Valutazione Impatto Ambientale) e VAS (Valutazione Ambientale Strategica).
Per quanto riguarda la gestione delle emergenze e il loro coordinamento, viene proposta l’organizzazione della protezione civile a livello locale con tecniche interdisciplinari di gestione delle emergenze, presidi territoriali, tavoli e comitati di coordinamento intersettoriale. A queste si aggiungono le attività di formazione e sensibilizzazione nelle scuole, dei tecnici e degli amministratori, e le attività che prevedono il coinvolgimento diretto della popolazione sui temi del rischio.
Per quanto riguarda le azioni “grey“, vengono proposte principalmente opere per la difesa strutturale delle industrie pericolose e per la difesa delle coste con argini, scogliere, dune artificiali e barriere fisse/mobili. Attraverso le azioni “green” si prevedono interventi di riqualificazione fluviale, ingegneria naturalistica, conservazione delle dune e delle zone umide, riconversione di terreni a zone umide costiere, imboschimento antierosione e aumento del verde urbano.
Allo stato attuale il PNACC mira soprattutto a conoscere i rischi, a migliorare la preparazione degli attori e a ripensare le strutture di coordinamento. È interessante notare, però, come nel database le azioni “soft” sono generalmente valutate come robuste, flessibili e urgenti, mentre quelle infrastrutturali hanno giudizi più cautiperché possono tradursi in opere costose, ad alto impatto e con un rischio elevato di diventare esempi di adattamento negativo. Occorre infine notare che la delocalizzazione, citata come opzione, non viene quasi mai resa operativa nelle azioni proposte nel database. In un caso vengono previsti degli incentivi economici per l’abbandono di terreni costieri a rischio inondazione.


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