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  • Il nodo della governance climatica: tra stallo politico, dati scientifici e partecipazione dal basso

    Il nodo della governance climatica: tra stallo politico, dati scientifici e partecipazione dal basso

    Il dibattito sull’attuazione del Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (PNACC) avvenuto durante il 3° incontro del progetto italiano di AI4D evidenzia una profonda distanza tra le strategie centrali e la realtà percepita a livello territoriale. Nonostante l’approvazione del Piano e la definizione teorica della sua struttura, l’effettiva messa in pratica si scontra con ritardi istituzionali e una diffusa difficoltà di coinvolgimento dei cittadini. Questo scenario solleva interrogativi cruciali su come far dialogare i diversi livelli della governance e trasformare le linee guida tecniche in azioni politiche prioritarie e condivise.

    Qual è l’attuale struttura di governance prevista per il Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici e quali criticità emergono nella sua implementazione?

    La governance del piano si articola principalmente su due livelli: uno centrale e uno territoriale. A livello nazionale, la responsabilità fa capo al Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, supportato dall’Osservatorio Nazionale per l’Adattamento ai Cambiamenti Climatici. Quest’ultimo è composto da un comitato esecutivo interministeriale — dato che l’adattamento tocca ambiti trasversali come trasporti e lavoro —, da una segreteria tecnica per il supporto scientifico e da un forum multi-stakeholder aperto a società civile, imprese ed enti di ricerca. A livello locale, regioni e comuni dovrebbero replicare questi meccanismi per la pianificazione territoriale. Tuttavia, la principale criticità risiede nei tempi di attuazione: a quasi tre anni dall’approvazione del piano, gli organi chiave dell’Osservatorio non sono ancora pienamente operativi e le procedure per l’adesione delle organizzazioni della società civile sono state avviate con forte ritardo, generando una fase di sostanziale stallo.

    In che modo i cittadini percepiscono il ruolo dei piccoli comuni nella gestione delle politiche climatiche?

    La percezione dei e delle partecipanti evidenzia una marcata distanza tra la popolazione e le amministrazioni locali, in particolare nei piccoli comuni. Molti residenti non si sentono minimamente coinvolti e spesso non sono a conoscenza dell’esistenza del PNACC o delle strategie climatiche dell’ente locale. Per i cittadini delle piccole realtà, il rapporto con il comune si limita a questioni burocratiche ordinarie o a dinamiche amministrative straordinarie, mentre manca del tutto un canale di comunicazione strutturato sui temi ambientali. Questo isolamento informativo si traduce nell’impossibilità, per la cittadinanza, di valutare o supportare l’azione locale, alimentando la sensazione che a livello territoriale non si stia facendo abbastanza o che l’azione climatica non esista affatto.

    Esiste un problema di priorità politica rispetto alla crisi climatica nel dibattito pubblico italiano?

    Sì, i e le partecipanti evidenziano come la politica climatica non sia percepita come una reale priorità nazionale da parte dei decisori politici. A differenza di altri temi caldi come l’immigrazione o il riarmo, che dominano l’agenda politica e l’opinione pubblica, la crisi climatica viene affrontata dai media e dalle istituzioni in modo estemporaneo, spesso limitandosi alle lamentele per le ondate di calore estive senza che a questo segua una programmazione strutturata. Lo stallo attuale non è dovuto a una mancanza di linee guida o di suggerimenti scientifici — che sono invece numerosi e aggiornati a livello nazionale e internazionale —, ma all’assenza di un input politico forte e di una chiara volontà di allocare risorse intellettuali, economiche e infrastrutturali per affrontare l’emergenza in modo sistematico.

    Quale rapporto dovrebbe intercorrere tra la componente scientifico-tecnica e la mediazione politica nella gestione dell’adattamento?

    Secondo i e le partecipanti, gli aspetti tecnico-scientifici e la mediazione politica devono procedere strettamente di pari passo. Se da un lato l’affidamento esclusivo alla visione politica risulterebbe privo di solide basi concrete, dall’altro la ricerca, i dati tecnici e i modelli scientifici non possono tradursi in interventi reali senza la volontà e la forza attuativa della politica. La politica ha il compito imprescindibile di tradurre le indicazioni degli scienziati in scelte concrete, decidendo come investire le risorse e quali interventi privilegiare. In questo contesto, i problemi tecnici sono considerati secondari rispetto alla capacità di realizzazione politica, la quale deve trovare il coraggio di agire anche quando le misure di adattamento vanno a impattare su interessi economici e sociali consolidati.

    Quali sono i canali e gli strumenti suggeriti per stimolare e migliorare la partecipazione attiva della cittadinanza e dei territori?

    Per superare l’attuale fase di stallo e stimolare la partecipazione dal basso, i e le partecipanti propongono un approccio multicanale che integri strumenti innovativi e metodi tradizionali. Tra i canali digitali e professionali viene suggerito l’uso di LinkedIn per intercettare competenze e sensibilità esterne ai soliti circuiti, oltre all’adozione di piattaforme tecnologiche di partecipazione come dembrane. Tuttavia, per garantire la massima inclusione ed evitare che intere fasce di popolazione vengano escluse, è ritenuto fondamentale valorizzare le associazioni territoriali già attive e utilizzare canali fisici e tradizionali, come l’invio di informative cartacee direttamente a casa dei cittadini. Questo mix di strumenti permetterebbe di trasformare le consultazioni da passaggi formali e burocratici a reali processi deliberativi.

    Quali esempi concreti di adattamento urbano dimostrano che un cambiamento a livello locale è possibile?

    Nonostante le difficoltà generali della governance, esistono esperienze internazionali e locali che dimostrano l’efficacia di interventi mirati a livello comunale. Viene citato il caso di Medellín, dove la creazione di una rete stradale verde al posto di arterie asfaltate ha permesso di ridurre la temperatura urbana di circa 1,5 o 2 gradi. Un altro esempio è Guimarães, in Portogallo, nominata Città Europea del Verde grazie alla realizzazione di cinture verdi collegate da corridoi ecologici. Questi modelli dimostrano che azioni concrete come la depavimentazione, la liberazione degli spazi asfaltati e l’incremento del verde urbano sono le risposte più efficaci e realizzabili nel breve termine per proteggere la popolazione, che in Italia vive per circa il 70% in contesti urbani di medie e grandi dimensioni.

    Il confronto ha messo in luce come la governance del cambiamento climatico in Italia si trovi ancora “sulla riva del fiume”, rallentata da ritardi burocratici e dalla mancanza di una reale priorità politica nazionale. Per sbloccare questa situazione, è indispensabile che la pianificazione scientifica sia sostenuta da una forte volontà politica e da una spinta partecipativa dal basso. Solo valorizzando le associazioni locali, diversificando i canali di comunicazione e investendo nei piccoli e grandi comuni si potrà trasformare il Piano Nazionale in azioni concrete e diffuse sul territorio.

  • Report secondo incontro del progetto AI4D

    Report secondo incontro del progetto AI4D

    Nel contesto del secondo incontro del progetto Ai4D, le e i partecipanti si sono confrontati sull’urgente necessità di tradurre le idee di governance e adattamento urbano in proposte concrete per il Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (PNACC). L’incontro ha rappresentato un’occasione per testare metodologie partecipative innovative e per mappare le barriere culturali e demografiche che ostacolano l’efficacia delle politiche ambientali nel nostro Paese. Di seguito, il report di ciò che è emerso dal dialogo.

    Cos’è il progetto Ai4D e quale ruolo gioca la tecnologia Dembrane in questo percorso?

    Il progetto persegue un duplice obiettivo: da un lato, raccogliere contributi concreti e strutturati per influenzare il Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici; dall’altro, testare tecnologie innovative per la partecipazione online che garantiscano elevati standard di sicurezza e privacy. A questo scopo viene utilizzata Dembrane, una piattaforma open source sviluppata da una startup olandese che archivia i dati in Europa rispettando rigidi parametri etici e nel rispetto della normativa sulla privacy. Il punto di forza di Dembrane consiste nella sua capacità di registrare e organizzare i contributi in tempo reale, generando report quasi immediati e integrando i flussi di lavoro di diversi tavoli tematici in un’unica infrastruttura condivisa. Nonostante lo strumento presenti ancora alcune farraginosità e l’interfaccia sia parzialmente in lingua inglese, l’uso dell’intelligenza artificiale integrata permette di elaborare e sintetizzare le proposte dei partecipanti.

    Quali sono le proposte principali emerse per collegare il mondo della scuola all’azione climatica locale?

    Una delle proposte più concrete riguarda l’introduzione sistematica dell’educazione al cambiamento climatico nelle scuole e nelle università. Tuttavia, l’idea chiave non si limita alla sola sensibilizzazione teorica, ma punta su un’attivazione diretta attraverso il monitoraggio ambientale. Gli studenti potrebbero essere formati per raccogliere dati sul territorio e, successivamente, utilizzare queste informazioni per elaborare proposte di modifica concrete da presentare direttamente ai propri Consigli Comunali. Questo approccio non solo educa le nuove generazioni, ma fornisce loro strumenti di cittadinanza attiva per incidere sulle decisioni delle amministrazioni locali.

    In che modo i patti di collaborazione possono favorire l’adattamento urbano?

    I patti di collaborazione sono stati identificati come uno strumento amministrativo e sociale fondamentale. Essi permettono a cittadini e cittadine di coalizzarsi per prendersi cura dei beni comuni urbani, indirizzando gli sforzi verso azioni mirate di mitigazione e adattamento ai cambiamenti climatici (come la gestione del verde pubblico o la rigenerazione di aree vulnerabili). Questo modello valorizza la sussidiarietà orizzontale, trasformando i residenti da semplici fruitori passivi a custodi attivi del territorio.

    Qual è la principale barriera demografica individuata nel processo di sensibilizzazione e come si pensa di superarla?

    Se da un lato le e i giovani mostrano già una spiccata sensibilità verso la crisi climatica, la vera sfida risiede nel coinvolgimento della popolazione adulta. In un Paese caratterizzato da un forte invecchiamento demografico, gli adulti rappresentano la maggioranza dell’elettorato e, di conseguenza, la principale fonte di consenso per la politica. Senza una loro reale sensibilizzazione, è difficile che la politica locale investa in misure di adattamento a lungo termine, che spesso richiedono sacrifici immediati a fronte di benefici futuri. Per raggiungere questa fascia di popolazione, è necessario mappare e utilizzare gli spazi fisici e digitali che essa già frequenta abitualmente, come i centri civici, le parrocchie e le associazioni di categoria, traducendo i rischi climatici in informazioni vicine alla loro quotidianità. In questo modo si spera sia possibile costruire il consenso necessario per politiche ambientali di lungo respiro.

    Quali sono i prossimi passi per tradurre questi spunti di riflessione in azioni concrete all’interno del PNACC?

    Il gruppo ha discusso le proposte emerse dai contributi individuali asincroni riassunti in questo report (clicca qui). Per continuare ad elaborare le raccomandazioni chiediamo di partecipare con nuovi contributi asincroni sulla piattaforma Dembrane rispondendo a domande di approfondimenti che hanno lo scopo di dare maggiori dettagli sulle azioni di cui abbiamo parlato durante gli incontri.

    Lascia il tuo contributo prima del terzo incontro!

    Prima del prossimo incontro ti chiediamo di lasciare il contributo sui temi di cui abbiamo discusso nel secondo appuntamento. Farlo è molto semplice e puoi seguire queste indicazioni:

    Per prima cosa accedi alla piattaforma Dembrane cliccando su questo tasto

    oppure inquadrando questo QR Code con la telecamera del telefono

    A questo punto scegli uno o più argomenti su cui vuoi dare il tuo contributo asincrono rispondendo alla domanda di approfondimento. Ricordati solo di mettere il titolo del tema nel campo “session name” quando fai l’accesso.

    Di seguito trovi le proposte tra cui scegliere, mentre in fondo alla pagina puoi trovare la guida all’utilizzo della Piattaforma Dembrane.

    Dieci proposte per migliorare il PNACC e le politiche di adattamento ai cambiamenti climatici

    1 – Rifugi climatici e oasi di solidarietà nei quartieri

    • Descrizione della proposta: Trasformare i luoghi che frequentiamo tutti i giorni – come scuole, parchi pubblici, biblioteche e centri anziani – in spazi freschi e sicuri durante le ondate di calore. L’idea è quella di creare dei veri e propri “rifugi” contro il caldo estremo, che servano anche come punti di incontro per aiutarsi a vicenda, soprattutto per combattere l’isolamento delle persone più fragili e degli anziani.
    • Domanda di approfondimento: “Quali sono i primi tre luoghi pubblici del vostro quartiere (es. una specifica scuola, una biblioteca, un parco) che vedreste bene come ‘rifugi climatici’ e quali servizi minimi non dovrebbero assolutamente mancare al loro interno per ospitare le persone più fragili?”

    2- Riconquista del verde e addio all’asfalto (De-impermeabilizzazione)

    • Descrizione della proposta: Liberare il terreno dall’asfalto e dal cemento ovunque sia possibile. Si propone di piantare alberi in modo diffuso, creare corridoi verdi tra le case e persino trasformare i parcheggi asfaltati in aree verdi, giardini o spazi per l’energia pulita. Questo serve sia a rinfrescare le città (contrastando l’effetto “forno” dell’asfalto) sia a far assorbire l’acqua piovana in sicurezza, evitando allagamenti.
    • Domanda di approfondimento: “Quando parliamo di togliere l’asfalto per fare spazio al verde, una delle preoccupazioni più grandi è la manutenzione futura e la mancanza di acqua per bagnare le piante. Secondo voi, come si potrebbe gestire la cura di questi nuovi spazi verdi senza pesare troppo sulle casse del Comune?”

    3 – Fontane e aree di refrigerio immediato

    • Descrizione della proposta: Accanto ai progetti a lungo termine come la crescita di nuovi boschi, servono soluzioni pronte e subito utilizzabili dai cittadini durante l’estate. La proposta è di creare capillarmente aree di sosta fresche e ripristinare o installare nuove fontane pubbliche di acqua potabile per dare sollievo immediato a chi si sposta a piedi in città.
    • Domanda di approfondimento: In che modo i Comuni possono pianificare e gestire l’installazione di queste aree di refrigerio e fontane in tempi rapidi, e come possiamo coinvolgere attivamente i cittadini e le realtà locali nella loro cura e tutela come beni comuni urbani?

    4 – Scuole come motori di educazione civica e ambientale

    • Descrizione della proposta: Portare l’educazione al cambiamento climatico direttamente nelle scuole e nelle università. L’obiettivo non è solo insegnare la teoria, ma usare i dati scientifici e i monitoraggi del territorio per fare attività pratica. In questo modo i giovani imparano a prendersi cura del proprio quartiere e si creano cittadini più consapevoli e attivi.
    • Domanda di approfondimento: “In che modo gli studenti potrebbero utilizzare i dati del monitoraggio ambientale della scuola per proporre modifiche concrete direttamente al Sindaco o al Consiglio Comunale?”

    5 – Patti di collaborazione tra cittadini, associazioni e Comuni

    • Descrizione della proposta: Permettere ai cittadini, ai comitati di quartiere e alle associazioni locali di collaborare direttamente con i Comuni per la cura e la gestione delle aree verdi e degli spazi pubblici. Tra le proposte c’è anche il coinvolgimento attivo dei pensionati come risorsa preziosa per la comunità.
    • Domanda di approfondimento: Per facilitare la partecipazione dei cittadini e dei pensionati attivi, quale “scambio” o riconoscimento potrebbe offrire il Comune (es. sconti sui trasporti, ingressi gratuiti ai musei o supporto con attrezzature gratuite)?

    6 – Aiuti economici e tecnici ai piccoli Comuni

    • Descrizione della proposta: I piccoli paesi spesso non hanno i fondi, i tecnici o le competenze per progettare opere contro il cambiamento climatico. Si propone che le Regioni, le Province e le agenzie scientifiche (come ARPA e ISPRA) offrano un supporto tecnico concreto e continuo ai piccoli Comuni per aiutarli a realizzare e monitorare i progetti.
    • Domanda di approfondimento: “Per evitare che i piccoli Comuni debbano sempre rincorrere bandi difficili da vincere, quale strumento di supporto permanente da parte di Regioni o ARPA riterreste più urgente (es. un consulente ambientale fisso in condivisione tra più paesi)?

    7 – Premi alle imprese che rispettano l’ambiente

    • Descrizione della proposta: Dare vantaggi concreti (come meno burocrazia, sconti sulle tasse o prestiti più facili) alle aziende che fanno interventi reali e misurabili sul territorio, come ridurre il consumo di acqua o togliere il cemento dai loro spazi. Questi aiuti devono essere legati a risultati scientifici precisi per evitare operazioni di sola facciata.
    • Domanda di approfondimento: “Secondo voi, quali criteri chiari e facili da controllare dovrebbe usare il Comune per decidere se un’impresa merita davvero un premio o una riduzione delle tasse, evitando così il rischio che si tratti solo di pubblicità ingannevole (greenwashing)?

    8 – Una “scuderia” di scienziati indipendenti contro la politica a breve termine

    • Descrizione della proposta: Spesso i progetti ambientali richiedono molti anni per essere realizzati, mentre la politica tende a cambiare idea ad ogni elezione. La proposta è di creare autorità scientifiche indipendenti che abbiano il compito di proteggere e portare avanti i piani per il clima nel lungo periodo, indipendentemente da chi vince le elezioni.
    • Domanda di approfondimento: Come possiamo fare in modo che i cittadini conoscano e si fidino del lavoro di questa autorità scientifica indipendente, così da difenderne le scelte anche quando sono impopolari o richiedono sacrifici nell’immediato?

    9 – Strumenti per la sensibilizzazione e il coinvolgimento della popolazione adulta

    • Descrizione della proposta: Le scuole e le università sono canali consolidati per raggiungere i giovani, ma non intercettano la popolazione adulta o anziana. Senza canali dedicati a queste fasce d’età, rischiamo di non creare quella massa critica di cittadini informati che può chiedere e sostenere riforme strutturali e investimenti di lungo periodo
    • Domanda di approfondimento: Quali spazi fisici o digitali già frequentati dalla popolazione adulta (es. centri civici, parrocchie, associazioni di categoria, piattaforme di servizi comunali) potrebbero essere utilizzati per fare informazione e co-progettazione sui rischi climatici locali?

    10 – Promuovere politiche di lungo termine che vadano oltre l’utilità immediata basate su una narrazione diversa della crisi climatica

    • Descrizione della proposta: Per affrontare il tema dei cambiamenti climatici occorrono politiche che guardino al futuro e non all’immediato ritorno in termini di voti elettorali. Per creare consenso intorno a queste politiche serve una narrazione diversa della crisi climatica.
    • Domanda di approfondimento: Quali meccanismi strumenti di governance possiamo proporre per blindare i piani di adattamento climatico dai cambi di amministrazione? Attraverso quali canali si può costruire una narrazione diversa sui temi dell’adattamento e la mitigazione dei cambiamenti climatici per creare maggiore consenso a queste politiche?
  • Report contributi asincroni sul PNACC

    Report contributi asincroni sul PNACC

    L’impatto dei cambiamenti climatici sulle aree urbane italiane non è più uno scenario futuro, ma una realtà quotidiana caratterizzata da isole di calore estreme ed eventi meteorologici intensi. Attraverso una serie di consultazioni e riflessioni condivise sulla piattaforma dembrane, i partecipanti hanno analizzato criticamente il Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (PNACC), evidenziando i limiti burocratici e proponendo soluzioni concrete per trasformare la pianificazione urbanistica in chiave ecologica e sociale. Di seguito, un’analisi approfondita delle principali sfide e delle raccomandazioni emerse dai contributi.

    Quali sono le principali sfide che le città italiane devono affrontare per adattarsi agli impatti dei cambiamenti climatici?

    La principale sfida è rappresentata dall’elevata concentrazione demografica in aree fortemente cementificate e impermeabilizzate, che amplifica l’effetto “isola di calore” e peggiora gli impatti del caldo estremo. A questo si aggiunge l’aumento di eventi meteorologici violenti ed estremi, con piogge concentrate che i sistemi di drenaggio tradizionali non riescono a smaltire, provocando allagamenti stradali. Come evidenziato nelle discussioni, la perdita di permeabilità del suolo e la carenza strutturale di spazi verdi aggravano la vulnerabilità dei centri urbani, rendendo urgente una revisione complessiva del modo in cui progettiamo lo spazio pubblico.

    In che modo il verde urbano può diventare un’infrastruttura vitale e non un semplice elemento estetico?

    Il verde urbano deve essere considerato il perno centrale della resilienza cittadina attraverso una forestazione pervasiva. Basandosi, tra l’altro, sulla teoria di Stefano Mancuso espressa nel libro La nazione delle piante, i partecipanti propongono di ricoprire di vegetazione qualsiasi superficie disponibile, inclusi pareti, balconi e tetti degli edifici. Oltre ad abbattere le temperature e a mitigare l’effetto isola di calore, la presenza diffusa di alberi e parchi migliora significativamente la salute psicofisica della cittadinanza, offrendo refrigerio e riducendo lo stress da emergenza climatica.

    Quali soluzioni concrete vengono proposte per ripensare la mobilità e riconvertire gli spazi pubblici?

    È emersa la necessità drastica di ridurre la dipendenza dalle auto private – che in alcune realtà provinciali, come nel trevisano, coprono il 90% degli spostamenti – a favore di una mobilità ciclabile, pedonale e di un trasporto pubblico potenziato. Una raccomandazione chiave consiste nella de-pavimentazione di parcheggi asfaltati e aree di sosta per riconvertirli in corridoi verdi, aree sociali o spazi destinati all’energia pulita tramite pensiline fotovoltaiche. Per spingere questa transizione, viene suggerita l’introduzione generalizzata del limite di 30 km/h in ambito urbano e di norme viabilistiche che diano priorità a pedoni e biciclette.

    Come si possono conciliare la forestazione urbana e la gestione delle acque piovane con le risorse e i vincoli locali?

    La sostenibilità idrica dei piani di riforestazione rappresenta un nodo cruciale. Per evitare di sovraccaricare le reti idriche comunali durante i periodi di siccità, si raccomanda di integrare il verde urbano con sistemi di raccolta e riutilizzo delle acque piovane, come canali di drenaggio naturale superficiali. Nelle zone di transizione tra collina e pianura, questi canali superficiali naturalizzati possono sostituire le condotte sotterranee insufficienti. Per ovviare ai problemi di sicurezza e decoro urbano, tali canali possono essere integrati architettonicamente seminando erbe resistenti adatte ad ambienti umidi, trasformandoli in elementi di arredo e socialità.

    Quali ostacoli politici e amministrativi rallentano l’attuazione delle politiche di adattamento climatico in Italia?

    Il limite principale non è di natura tecnica, ma politica: vi è una profonda discrepanza tra la lungimiranza temporale richiesta dalla pianificazione climatica e la visione a breve termine degli amministratori locali e nazionali, orientata al consenso elettorale immediato. Inoltre, le competenze sono frammentate tra numerosi uffici e piani settoriali (trasporti, energia, turismo, ambiente), bloccando l’efficacia dei progetti a ogni cambio di giunta. Infine, una fetta consistente dell’opinione pubblica e della politica nega o minimizza ancora l’urgenza dell’emergenza climatica, rallentando la transizione.

    In che modo una governance olistica e multilivello può garantire la continuità dei progetti climatici?

    La proposta emersa prevede la creazione di strutture tecniche indipendenti dalle scadenze amministrative per garantire continuità d’azione. Una soluzione forte è l’integrazione nella governance del PNACC del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (composto da ISPRA e dalle ARPA regionali), valorizzando competenze scientifiche già esistenti sul territorio. Questo approccio top-down deve però fondersi con un flusso informativo bidirezionale (bottom-up), attivando canali diretti, come newsletter periodiche e summary dei risultati, per connettere il governo centrale, le regioni, le province e i singoli comuni.

    Come supportare i piccoli Comuni che non dispongono di personale specializzato o risorse economiche?

    Molti enti locali, specialmente sotto i 30.000 abitanti, non hanno le risorse finanziarie e tecniche per gestire il monitoraggio scientifico o la manutenzione ordinaria delle nuove aree verdi. Per superare questa frammentazione, si propone di favorire l’aggregazione dei piccoli Comuni in unioni territoriali e di chiedere a Regioni e Province la messa a disposizione di task force e tecnici dedicati alle questioni di adattamento climatico, in modo da condividere linee guida e buone pratiche.

    Come prevenire il fenomeno della “gentrificazione verde” e garantire la giustizia climatica?

    L’adattamento climatico deve essere un diritto equo e inclusivo, non un privilegio che genera “bunker dorati” per pochi abbienti. Spesso la riqualificazione ecologica di un quartiere innalza i prezzi immobiliari, allontanando i residenti storici meno facoltosi. Per garantire la giustizia climatica, le amministrazioni devono pianificare gli interventi di rigenerazione urbana partendo prioritariamente dalle periferie, dai quartieri più vulnerabili e dalle scuole, assicurando che i benefici del verde e della mitigazione termica tutelino innanzitutto bambini, anziani e le fasce sociali svantaggiate.

    Quali strumenti amministrativi e sociali possono rendere stabile e duratura la partecipazione dei cittadini?

    Il volontariato e l’attivismo civico sono risorse preziose ma discontinue. Per dare stabilità alla partecipazione attiva, si raccomanda l’adozione di patti di collaborazione per la gestione condivisa dei beni comuni tra amministrazione e cittadinanza. Un’ottima risorsa è rappresentata dai pensionati attivi, che possiedono tempo ed elevate competenze da dedicare al monitoraggio o alla cura del verde nei primi anni di vita delle piante. Inoltre, viene suggerito il rilancio di modelli partecipativi collaudati come i forum di Agenda 21, per coinvolgere direttamente quartieri, imprese e associazioni locali nelle decisioni urbanistiche.

    Come superare il conflitto tra la tutela dei centri storici (Soprintendenze) e le urgenze dell’adattamento ecologico?

    In Italia, l’immenso patrimonio storico e paesaggistico è spesso soggetto a vincoli stringenti gestiti dalle Soprintendenze, che rallentano o impediscono interventi urgenti come l’installazione di pannelli fotovoltaici o la creazione di tetti verdi. Sebbene le trascrizioni non offrano una soluzione preconfezionata a questo complesso nodo normativo, emerge l’urgente necessità di definire criteri di compromesso nazionali che bilancino la conservazione estetica con la necessità di proteggere gli edifici storici e i loro abitanti dalle ondate di calore estremo e dalle alluvioni.

    Quale ruolo deve avere il settore agricolo nella riforestazione e nella creazione di boschi di pianura?

    Nel contesto della Pianura Padana, fortemente disboscata, è necessario incentivare la conversione di terreni agricoli di poco pregio in boschi di pianura con specie autoctone resistenti alle temperature attuali. Per convincere gli agricoltori a preferire la riforestazione rispetto alle colture intensive sussidiate (come il mais o i vigneti di pregio), le istituzioni locali e regionali devono introdurre sovvenzioni pubbliche basate sul riconoscimento economico dei servizi ecosistemici – come l’assorbimento di CO2 e la regolazione delle acque – sulla falsariga di quanto già sperimentato con successo in Alto Adige per la manutenzione del paesaggio.

    Conclusione

    L’adattamento ai cambiamenti climatici non può più essere relegato a mero adempimento burocratico, ma deve diventare il perno centrale e prioritario della pianificazione territoriale italiana. Le riflessioni condivise evidenziano che la transizione ecologica delle città rappresenta una straordinaria opportunità per migliorare la socialità, il benessere psicofisico e l’equità sociale, a prescindere dall’emergenza stessa. Per trasformare il PNACC in azioni concrete e cantieri reali, è indispensabile superare la visione politica a breve termine attraverso una governance partecipata, il supporto tecnico ai piccoli comuni e un’alleanza strategica e pervasiva con la natura.

  • Report primo incontro del progetto AI4D  

    Report primo incontro del progetto AI4D  

    Il 1 luglio 2026 si è svolto il primo incontro informativo del progetto AI4D volto a sperimentare l’uso dell’intelligenza artificiale per ottimizzare i processi deliberativi pubblici, focalizzandosi sul Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (PNACC). Attraverso un percorso strutturato in tre sessioni, i e le partecipanti avranno l’opportunità di informarsi, confrontarsi e gettare le basi per formulare raccomandazioni concrete da inoltrare al Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE). Questo report riporta i contenuti tecnici emersi durante l’incontro e le sfide di governance che caratterizzano l’attuazione delle politiche climatiche nel contesto italiano.  

    Qual è l’obiettivo principale del progetto AI4D e come si struttura il percorso partecipativo dei cittadini?  

    Il progetto AI4D nasce per contrastare la crescente distanza tra cittadini/e e istituzioni, migliorando la qualità della partecipazione ai processi decisionali pubblici attraverso l’uso di tecnologie avanzate. Il percorso si articola come un “panel di cittadini” strutturato su tre incontri, mirato a analizzare il Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (PNACC) e produrre raccomandazioni per il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE). Sotto il profilo tecnologico, il progetto sperimenta un’infrastruttura collaborativa basata sull’integrazione tra la piattaforma Dembrane e Frankly, un software open-source sviluppato dall’Università di Harvard utilizzato per facilitare la discussione e la sintesi dei contributi. A supporto delle attività, la pagina WordPress www.ai4deliberation.it avrà la funzione di Hub per la condivisione di materiali informativi, garantendo l’accessibilità anche a chi riscontra difficoltà tecniche temporanee con i canali di videoconferenza principali.  

    Quali sono le principali minacce climatiche discusse durante l’incontro?  

    La discussione ha evidenziato come l’adattamento ai cambiamenti climatici non sia più una questione futura ma una stringente priorità nazionale, supportata da dati scientifici allarmanti. Tra le evidenze condivise spicca il fatto che il 2024 si sia confermato come l’anno più caldo mai registrato in Italia dall’inizio delle osservazioni sistematiche. Durante l’incontro sono stati analizzati fenomeni specifici quali l’incremento delle “notti tropicali” (con temperature costantemente superiori ai 20 gradi), che comportano gravi rischi per i soggetti vulnerabili, il riscaldamento dell’arco alpino e appenninico con la conseguente drastica riduzione delle riserve idriche nivologiche, e l’aumento di precipitazioni concentrate ed estremamente violente. Tali dinamiche dimostrano che, oltre alla mitigazione delle emissioni, è indispensabile agire preventivamente per limitare gli impatti negativi su salute, economia e sicurezza del territorio.  

    Come si compone la struttura del PNACC e in che modo supporta concretamente le amministrazioni locali?  

    Il PNACC, approvato formalmente a fine 2023, si compone di sei sezioni strategiche che definiscono il quadro giuridico, i futuri scenari climatici al 2050 (attraverso 27 indicatori specifici), l’analisi di vulnerabilità di 20 settori chiave e i sistemi di finanziamento e governance. Ad affiancare questa struttura vi sono quattro allegati operativi pensati per tradurre la teoria in pianificazione territoriale. In particolare, gli allegati 1 e 2 offrono roadmap metodologiche per Comuni, Città metropolitane e Regioni, l’allegato 3 approfondisce le basi scientifiche degli impatti settoriali, e l’allegato 4 contiene un vasto database composto da 361 azioni adattative concrete, suddivise in misure sistemiche, di indirizzo e settoriali, concepite come un catalogo operativo a disposizione delle amministrazioni e della cittadinanza.  

    Quali sono le cinque macro-aree tematiche del piano approfondite durante la sessione tecnica?  

    La presentazione del PNACC si è focalizzata su cinque aree cruciali del piano che si intersecano tra loro. La prima riguarda l’adattamento urbano, con particolare attenzione alle isole di calore e al “pluvial flooding”, ovvero gli allagamenti dovuti al sovraccarico dei sistemi di drenaggio. La seconda tocca la gestione del rischio da disastro, fondata sulla riduzione di vulnerabilità ed esposizione tramite Nature-Based Solutions o difese strutturali (come il MOSE). La terza area concerne il “mainstreaming finanziario”, ossia l’assenza di fondi dedicati nel PNACC a favore di una strategia volta a intercettare risorse europee e nazionali esistenti o a promuovere incentivi assicurativi e compensazioni agricole. La quarta area descrive la governance multilivello, volta a stimolare la partecipazione pubblica locale (tramite assemblee cittadine o contratti di fiume). Infine, la quinta area riguarda la comunicazione e l’interoperabilità dei dati scientifici, esemplificata dalla piattaforma nazionale gestita dall’ISPRA dal 2022.  

    Quali forti criticità e ritardi sono stati denunciati in merito all’effettiva attuazione della governance del piano?  

    Un punto critico emerso con forza durante l’incontro riguarda il marcato ritardo accumulato nell’attuazione pratica della governance nazionale del PNACC. L’effettiva operatività degli organi previsti dal piano sta procedendo con estrema lentezza. Il Comitato esecutivo, che dovrebbe dirigere l’intero processo di attuazione, è stato istituito solo dopo circa due anni dall’approvazione del piano. Il Forum multi-stakeholder – l’organo destinato a includere la società civile nei gruppi di lavoro – ha visto l’apertura delle manifestazioni di interesse solo tra aprile e maggio del 2024 e, al momento dell’incontro, le associazioni candidate erano ancora in attesa di un riscontro formale. Questa situazione evidenzia come la complessa architettura di governance del PNACC sia attualmente attiva quasi esclusivamente sulla carta.  

    La scelta dei temi da approfondire e i prossimi passi  

    L’incontro si è concluso con un momento di deliberazione attiva volto a definire la direzione del percorso partecipativo. Utilizzando lo strumento di voto digitale Mentimeter, i partecipanti attivi hanno distribuito un budget di 100 punti a testa per votare le priorità tematiche da affrontare nella sessione successiva. Lo scrutinio in tempo reale ha decretato una netta preferenza per i temi dell’adattamento urbano (classificatosi al primo posto) e della governance (al secondo posto). Sulla base di questa decisione collettiva, i e le organizzatrici del progetto AI4D predisporranno materiali di approfondimento verticali su queste due tematiche, che saranno pubblicati sul sito di progetto per consentire a tutti/e di inviare i propri contributi attraverso al piattaforma Dembrane e arrivare preparati/e alla discussione e alla formulazione delle raccomandazioni finali.

    Gli approfondimenti e le modalità per inviare i contributi sono in questa pagina: https://ai4deliberation.it/2026/06/30/contribuisci-alla-discussione-sul-pnacc  

    Questo primo incontro del progetto AI4D ha evidenziato come l’uso di metodologie deliberative supportate da strumenti come Dembrane e Frankly possa restituire centralità al ruolo dei cittadini e delle cittadine nell’analisi di politiche pubbliche complesse. Nonostante le evidenti criticità burocratiche e i ritardi che rallentano l’attuazione del PNACC a livello nazionale, la volontà dei e delle partecipanti è di proporre soluzioni concrete. Il percorso deliberativo proseguirà ora con l’obiettivo di tradurre l’interesse per la governance e la resilienza urbana in raccomandazioni formali da sottoporre all’attenzione del MASE. 

    Prima del secondo incontro, si ricorda alle e ai partecipanti di iscriversi alla piattaforma Frankly: https://ai4deliberation.it/2026/07/02/incontro-online-sulla-piattaforma-frankly/

    I materiali condivisi durante il primo incontro 

  • Iscriviti al prossimo incontro online sulla piattaforma Frankly

    Iscriviti al prossimo incontro online sulla piattaforma Frankly

    Il prossimo incontro del percorso deliberativo si svolgerà online mercoledì 8 luglio alle 17.30 sulla piattaforma Frankly

    La piattaforma Frankly è uno strumento online open source creato dall’Applied Social Media Lab dell’Università di Harvard. Serve per aiutare le persone a discutere in modo costruttivo anche con il supporto di strumenti di Intelligenza artificiale.

    Di seguito trovate tutte le informazioni necessarie per accedere alla piattaforma e partecipare

  • Contribuisci alla discussione sul PNACC

    Contribuisci alla discussione sul PNACC

    Lascia il tuo contributo sugli argomenti di cui abbiamo discusso nel primo incontro. Farlo è molto semplice. Segui le indicazioni scritte in questo post.

    1- Per prima cosa scegli l’argomento su cui lasciare il tuo contributo tra quelli selezionati durante il primo incontro che trovi qui sotto. Clicca sul link dell’argomento scelto e leggi l’approfondimento. Puoi anche scegliere più argomenti, lasciando uno o più contributi per ciascuno.

    2 – Leggi con attenzione le domande a cui rispondere per ciascun argomento che trovi nei link sopra. Utilizzale, se vuoi, per dare il tuo contributo.

    3 – Accedi alla piattaforma Dembrane cliccando su questo tasto

    oppure inquadrando questo QR Code con la telecamera del telefono.

    4- Registra o scrivi il tuo contributo sulla piattaforma Dembrane. Qui sotto puoi consultare o scaricare la guida per il suo utilizzo.

  • La gestione del rischio nel PNACC

    La gestione del rischio nel PNACC

    Per gestione del rischio si intende l’applicazione di strategie, politiche e azioni di riduzione, prevenzione e preparazione al rischio, che contribuiscono al rafforzamento della resilienza e alla riduzione delle perdite. La gestione del rischio può essere rappresentata come un sistema circolare, scandito da diverse fasi in successione.

    Per comprendere questo concetto dobbiamo partire dall’equazione del “rischio”, definito dalla combinazione di pericolosità, vulnerabilità ed esposizione (R = P × V × E), dove:

    • P = pericolosità: la probabilità che un fenomeno di una determinata intensità si verifichi in un certo periodo di tempo, in una data area dove si colloca la risorsa o il sistema;
    • V = vulnerabilità: l’insieme delle caratteristiche di un sistema o di una risorsa che lo rendono suscettibile agli effetti di un fenomeno;
    • E = esposizione: il numero di unità (o il valore) di ciascuno degli elementi a rischio presenti nella risorsa o nel sistema.

    Si tratta di un tema centrale per l’adattamento, perché sia l’Allegato I (“Metodologie per la definizione di strategie e piani regionali di adattamento ai cambiamenti climatici”) sia l’Allegato II (“Metodologie per la definizione di strategie e piani locali di adattamento ai cambiamenti climatici”) impostano l’adattamento di regioni ed enti locali sul concetto di rischio. Gli Allegati ricostruiscono questa relazione attraverso la “catena di impatto”, che collega cause climatiche, esposizione e vulnerabilità fino al rischio finale. È uno strumento operativo: chiede a regioni ed enti locali di tradurre l’equazione del rischio nel proprio territorio — individuando quali pericoli, quali elementi esposti e quali vulnerabilità contano davvero in quel contesto — per scegliere e dare priorità alle azioni di adattamento più opportune.

    Il rischio idrogeologico, ossia la probabilità che eventi meteorologici causino frane o alluvioni, è centrale nel documento del PNACC. Frane e alluvioni sono riportati come gli impatti diffusi tra più settori, quali ad esempio il suolo, gli insediamenti urbani, la salute o gli aspetti socioeconomici. Anche l’Allegato III (“Impatti e vulnerabilità settoriali”) riconosce che l’Italia è caratterizzata da una forte fragilità geomorfologica e idrogeologica preesistente e che questa viene aggravata dal cambiamento di frequenza e intensità delle precipitazioni.

    Gli Allegati I e II, elaborati come strumento di supporto alle pubbliche amministrazioni, scompongono le opzioni di adattamento in tre leve:

    • ridurre l’esposizione, ad esempio attraverso la delocalizzazione, cioè lo spostamento di strutture, infrastrutture o popolazione fuori dalle aree a rischio;
    • ridurre la sensitività agli impatti climatici, grazie ad adeguamenti strutturali;
    • aumentare la capacità di adattamento, con sistemi di allerta precoce, miglioramento delle conoscenze e piani di emergenza.

    Tra le azioni dedicate alla gestione del rischio prevalgono quelle relative alla creazione di conoscenza, meccanismi di monitoraggio e metodi di mappatura. In questo ambito rientrano le azioni proposte che riguardano i monitoraggi multi-parametrici (frane, permafrost, aree carsiche, costiere, idrometria, neve), modelli probabilistici e fisici di previsione, la creazione di banche dati condivise e il miglioramento della mappatura del rischio. Vi sono anche azioni intersettoriali che toccano i settori della salute, del patrimonio culturale e dei trasporti. Vi sono poi azioni che si riferiscono ai sistemi di allerta precoce e di supporto alle decisioni, l’elaborazione di linee guida tecniche per la progettazione e l’integrazione del rischio e di criteri climatici negli strumenti urbanistici e nelle procedure di VIA (Valutazione Impatto Ambientale) e VAS (Valutazione Ambientale Strategica).

    Per quanto riguarda la gestione delle emergenze e il loro coordinamento, viene proposta l’organizzazione della protezione civile a livello locale con tecniche interdisciplinari di gestione delle emergenze, presidi territoriali, tavoli e comitati di coordinamento intersettoriale. A queste si aggiungono le attività di formazione e sensibilizzazione nelle scuole, dei tecnici e degli amministratori, e le attività che prevedono il coinvolgimento diretto della popolazione sui temi del rischio.

    Per quanto riguarda le azioni “grey“, vengono proposte principalmente opere per la difesa strutturale delle industrie pericolose e per la difesa delle coste con argini, scogliere, dune artificiali e barriere fisse/mobili. Attraverso le azioni “green” si prevedono interventi di riqualificazione fluviale, ingegneria naturalistica, conservazione delle dune e delle zone umide, riconversione di terreni a zone umide costiere, imboschimento antierosione e aumento del verde urbano.

    Allo stato attuale il PNACC mira soprattutto a conoscere i rischi, a migliorare la preparazione degli attori e a ripensare le strutture di coordinamento. È interessante notare, però, come nel database le azioni “soft” sono generalmente valutate come robuste, flessibili e urgenti, mentre quelle infrastrutturali hanno giudizi più cautiperché possono tradursi in opere costose, ad alto impatto e con un rischio elevato di diventare esempi di adattamento negativo. Occorre infine notare che la delocalizzazione, citata come opzione, non viene quasi mai resa operativa nelle azioni proposte nel database. In un caso vengono previsti degli incentivi economici per l’abbandono di terreni costieri a rischio inondazione.

  • Comunicazione, dati e informazione nel PNACC

    Comunicazione, dati e informazione nel PNACC

    Il PNACC attribuisce un ruolo centrale alla produzione, alla gestione e alla diffusione delle conoscenze. L’adattamento viene concepito come un processo che richiede informazioni climatiche affidabili, indicatori condivisi, sistemi di monitoraggio, strumenti di supporto alle decisioni e attività di formazione rivolte sia alle amministrazioni sia ai diversi portatori di interesse. Il tema attraversa trasversalmente il Piano, gli Allegati metodologici e il Database delle azioni, che comprendono numerose misure dedicate.

    Uno dei principali strumenti di informazione previsti dal PNACC è la Piattaforma nazionale sull’adattamento ai cambiamenti climatici, sviluppata da ISPRA e resa disponibile nel 2022 in collaborazione con il Ministero dell’Ambiente. La piattaforma è concepita come un’infrastruttura nazionale di conoscenza finalizzata a informare cittadini e portatori di interesse, raccogliere e condividere dati climatici, mettere a disposizione strumenti di supporto alle decisioni e favorire la pianificazione delle azioni di adattamento. La piattaforma mira ad aumentare la disponibilità e l’accessibilità delle informazioni climatiche, contribuendo a rafforzare la capacità delle amministrazioni pubbliche di progettare e attuare politiche basate su dati aggiornati.

    Il PNACC dedica inoltre un capitolo specifico al monitoraggio, reporting e valutazione (MRV) delle politiche di adattamento. Il monitoraggio è finalizzato a verificare lo stato di avanzamento delle azioni, la valutazione misura la loro efficacia nel ridurre vulnerabilità e rischi climatici, mentre il reporting riguarda la comunicazione periodica dei risultati sia a livello nazionale sia nei confronti dell’Unione europea e della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (UNFCCC). Il Piano prevede la definizione di indicatori di avanzamento e di efficacia per le azioni di adattamento, la predisposizione di rapporti periodici di monitoraggio e l’aggiornamento periodico del PNACC sulla base delle nuove conoscenze scientifiche e dell’esperienza maturata durante l’attuazione.

    L’Allegato I (“Metodologie per la definizione di strategie e piani regionali di adattamento ai cambiamenti climatici”) e l’Allegato II (“Metodologie per la definizione di strategie e piani locali di adattamento ai cambiamenti climatici”) traducono questi principi in indicazioni operative rivolte rispettivamente a Regioni ed enti locali. Entrambi individuano come primo passaggio del processo di adattamento la raccolta, l’interpretazione e la diffusione delle informazioni climatiche, considerate una condizione preliminare per qualsiasi scelta di pianificazione. Le amministrazioni sono invitate a costruire una base conoscitiva che comprenda dati climatici, scenari futuri, informazioni sugli impatti osservati e valutazioni di rischio e vulnerabilità, da utilizzare come riferimento per individuare obiettivi e azioni prioritarie.

    Il Database delle azioni (Allegato IV) traduce questi indirizzi in numerose misure dedicate alla produzione e alla gestione delle informazioni. Tra le azioni proposte figurano la realizzazione di dataset climatici nazionali e locali, la costruzione di indicatori di impatto e vulnerabilità, la condivisione dei dati tra amministrazioni, lo sviluppo di sistemi di supporto alle decisioni, l’implementazione di sistemi di allerta precoce e la realizzazione di piattaforme informative interoperabili. Accanto alle attività di monitoraggio e ricerca, il database comprende anche azioni rivolte alla formazione di amministratori, tecnici e professionisti, alla sensibilizzazione della popolazione, all’educazione nelle scuole e alla diffusione della conoscenza dei rischi climatici nei diversi settori economici. Nel complesso emerge una chiara impostazione metodologica. Il PNACC considera la disponibilità di dati, indicatori, sistemi di monitoraggio e strumenti di comunicazione come condizioni essenziali per costruire politiche di adattamento efficaci. La raccolta delle informazioni, la loro condivisione tra amministrazioni, la formazione degli operatori e la diffusione della conoscenza costituiscono elementi strutturali del Piano, perché permettono di progettare gli interventi sulla base delle evidenze disponibili, valutarne gli effetti nel tempo e aggiornare periodicamente le strategie di adattamento alla luce dell’evoluzione delle conoscenze scientifiche e dei cambiamenti osservati sul territorio.

  • Governance Multilivello e partecipazione nel PNACC

    Governance Multilivello e partecipazione nel PNACC

    Il PNACC descrive il cambiamento climatico come un fenomeno trasversale che richiede il coordinamento tra livelli di governo, l’integrazione delle politiche settoriali e il coinvolgimento dei portatori di interesse. Per questo motivo il PNACC opera su due livelli: da un lato costruisce una cornice nazionale di governance, dall’altro fornisce metodologie per l’attuazione dell’adattamento a livello regionale e locale attraverso l’Allegato I (“Metodologie per la definizione di strategie e piani regionali di adattamento ai cambiamenti climatici”) e l’Allegato II (“Metodologie per la definizione di strategie e piani locali di adattamento ai cambiamenti climatici”).

    Il cuore istituzionale del Piano è rappresentato dall’Osservatorio nazionale per l’adattamento ai cambiamenti climatici, articolato in tre componenti. Il Comitato svolge funzioni di indirizzo e coordinamento ed è composto da rappresentanti dei Ministeri, delle Regioni e degli enti locali. La Segreteria tecnica, costituita dal personale del Ministero dell’Ambiente e dell’ISPRA, assicura il supporto tecnico-scientifico alle attività dell’Osservatorio. Il Forum rappresenta invece lo spazio dedicato al confronto con associazioni ambientaliste, organizzazioni della società civile, università, imprese, sindacati e altri portatori di interesse, con l’obiettivo di favorire la diffusione delle conoscenze, il dialogo e la partecipazione al processo di adattamento. Tra gli strumenti operativi previsti dal Piano figura, inoltre, la Piattaforma nazionale sull’adattamento ai cambiamenti climatici, sviluppata da ISPRA per mettere a disposizione dati, informazioni e strumenti di supporto alle decisioni.

    Accanto alla governance nazionale, il PNACC individua i soggetti chiamati a partecipare all’attuazione del Piano. Il Ministero dell’Ambiente coordina il processo, gli altri Ministeri integrano l’adattamento nelle rispettive politiche di settore, l’Osservatorio svolge funzioni di coordinamento e monitoraggio, mentre Regioni, Province autonome, Comuni e ANCI sono responsabili della pianificazione e dell’attuazione territoriale. Il Piano sottolinea inoltre la necessità di integrare progressivamente l’adattamento negli strumenti di pianificazione esistenti, secondo il principio del mainstreaming, evitando la frammentazione tra livelli di governo e tra politiche settoriali.

    L’Allegato I traduce questi principi nella scala regionale. Il primo passo consiste nel costruire il sistema di governance, individuando il quadro normativo di riferimento, definendo ruoli, responsabilità, meccanismi di coordinamento e risorse disponibili prima ancora di selezionare le azioni di adattamento. La predisposizione della strategia e del piano regionale comprende anche il coinvolgimento degli stakeholder e la definizione di un processo continuo di monitoraggio e aggiornamento. L’impostazione metodologica proposta mira a favorire il passaggio da una gestione prevalentemente reattiva delle emergenze a una pianificazione preventiva basata sulla conoscenza dei rischi climatici.

    L’Allegato I fornisce alcuni esempi di governance collaborativa applicati alla gestione del territorio. Tra questi figurano i Contratti di Fiume, descritti come processi di programmazione negoziata e partecipata attraverso i quali amministrazioni, portatori di interesse e comunità locali definiscono una visione condivisa del bacino idrografico, individuano obiettivi e azioni comuni, stabiliscono responsabilità, tempi e risorse finanziarie e formalizzano gli impegni attraverso la sottoscrizione del Contratto di Fiume.

    Lo stesso allegato dedica un approfondimento alla Foresta Modello, un modello di gestione forestale fondato su partenariati volontari tra soggetti pubblici e privati, sulla gestione condivisa dei conflitti e sulla partecipazione degli attori locali alla definizione delle strategie di tutela e valorizzazione del patrimonio forestale. Le esperienze italiane della Foresta Modello Arci-Grighine (Sardegna) e della Foresta Modello delle Montagne Fiorentine sono richiamate come esempi di governance collaborativa applicata anche alla prevenzione degli incendi e alla gestione dei rischi connessi ai cambiamenti climatici.

    L’Allegato II, seppur molto simile all’allegato dedicato alle regioni, sviluppa ulteriormente il tema della governance locale dedicando ampio spazio al funzionamento degli enti locali e al coinvolgimento delle persone nei processi decisionali. Il documento sottolinea che l’adattamento non riguarda esclusivamente gli uffici ambientali, ma coinvolge urbanistica, lavori pubblici, mobilità, protezione civile, salute, servizi sociali e bilancio. Secondo l’Allegato II, prima ancora di elaborare il piano locale, l’amministrazione è chiamata a costruire una struttura organizzativa stabile, coordinare gli uffici e individuare gli attori del territorio da coinvolgere nelle diverse fasi del processo. A questo scopo l’Allegato II propone strumenti per la mappatura degli stakeholder e richiama la scala della partecipazione di Arnstein articolata in livelli progressivi di coinvolgimento (informazione, consultazione e partecipazione alle decisioni) e relativi metodi partecipativi.

    Per supportare le amministrazioni pubbliche nella progettazione dei processi partecipativi, l’Allegato II presenta un repertorio di tecniche utilizzabili in funzione del grado di coinvolgimento atteso e del tipo di pubblico da coinvolgere. Tra queste figurano workshop, focus group, tavole rotonde, conferenze e assemblee cittadine. L’Allegato II sottolinea inoltre che un piano locale efficace dovrebbe interrogarsi non solo sui rischi climatici da affrontare, ma anche su quali soggetti risultino maggiormente esposti agli impatti e su come le misure di adattamento incidano sul territorio. In questa prospettiva la partecipazione viene presentata come uno strumento utile a migliorare la qualità delle decisioni e ad accrescere la condivisione delle strategie di adattamento.

    Domande di approfondimento

    Domanda guida 

    L’attuale sistema di governance è adeguato ad affrontare una sfida trasversale e territoriale come l’adattamento climatico?

    Domande specifiche 

    • Come migliorare il coordinamento tra amministrazione centrale, Regioni ed enti locali?  
    • Quali competenze e responsabilità dovrebbero essere maggiormente chiarite?  
    • Quale ruolo dovrebbero avere le città metropolitane e i Comuni nell’attuazione del PNACC?  
    • Come garantire continuità alle politiche di adattamento oltre i cicli politici e amministrativi?  
    • Quali strumenti possono favorire una partecipazione significativa di cittadini, imprese e società civile?  

    Domanda orientata all’azione 

    Quale cambiamento organizzativo o istituzionale ritieni prioritario per rendere più efficace l’attuazione del PNACC? 

    Domanda finale trasversale a ogni tema

    Guardando al PNACC nel suo complesso, quale ritieni sia oggi il principale ostacolo alla sua attuazione e quale la maggiore opportunità per accelerare il percorso di adattamento dell’Italia? 

  • Assicurazioni, incentivi economici e finanziamenti nel PNACC

    Assicurazioni, incentivi economici e finanziamenti nel PNACC

    Il PNACC non prevede un fondo nazionale dedicato all’adattamento ai cambiamenti climatici, ma considera assicurazioni, incentivi economici e gli strumenti finanziari come leve per orientare i comportamenti, ridurre il rischio e sostenere l’attuazione delle misure che propone. Se il capitolo 5 del documento di Piano si limita a descrivere le possibili fonti di finanziamento e l’Allegato III (“Impatti e vulnerabilità settoriali“) ad affrontare il tema dei finanziamenti in relazione ad alcuni specifici settori economici, al momento il riferimento principale per il sostegno economico dell’adattamento è l’Allegato IV (“Database delle azioni“).

    Uno degli aspetti più caratterizzanti del PNACC è la scelta del cosiddetto mainstreaming finanziario. Il Piano prevede di utilizzare e coordinare strumenti di finanziamento già esistenti — europei, nazionali e regionali — integrando l’adattamento nelle politiche ordinarie di investimento. Tra le possibili fonti di finanziamento richiamate dal Piano figurano programmi europei (come LIFE e Horizon Europe), i fondi della politica di coesione, la Politica Agricola Comune, gli strumenti messi a disposizione da Cassa Depositi e Prestiti e dalla Banca Europea per gli Investimenti. Il compito di individuare e coordinare le possibili fonti di finanziamento è attribuito all’Osservatorio nazionale per l’adattamento ai cambiamenti climatici, principale organo di Governance previsto dal PNACC.

    L’Allegato IV classifica gli strumenti economici all’interno della macro-categoria Governance, distinguendoli in cinque gruppi: assicurazioni e trasferimento del rischio (S1), incentivi economici e finanziari (S2), piani di investimento (S3), compensazioni (S4) e certificazioni ambientali (S5). Nel complesso queste categorie comprendono 33 azioni che suggeriscono l’utilizzo di strumenti di indirizzo e di incentivo piuttosto che nuovi stanziamenti finanziari.

    Il primo gruppo riguarda assicurazioni e trasferimento del rischio. Le sei azioni previste propongono lo sviluppo di strumenti assicurativi e mutualistici per diversi settori. In particolare, si propone una misura generale rivolta a tutti i settori e azioni specifiche per i settori dell’agricoltura, le industrie pericolose a rischio, la salute, il turismo e le zone costiere. Il suggerimento offerto dalla banca dati è quello di predisporre una valutazione del divario tra rischio trattenuto e rischio trasferito al mercato assicurativo, la promozione di nuovi strumenti assicurativi e, per le aree costiere, meccanismi legati alla perdita di servizi ecosistemici. Per le industrie pericolose il database richiama inoltre i meccanismi assicurativi obbligatori e le compensazioni, evidenziando la possibile riduzione dell’assicurabilità di alcuni rischi climatici localizzati.

    Vi è poi un gruppo più consistente rappresentato dagli incentivi economici e finanziari. La logica prevalente consiste nell’utilizzare tariffe, sgravi fiscali, contributi e incentivi per orientare i comportamenti verso soluzioni più resilienti. Il settore maggiormente interessato è quello delle risorse idriche, dove vengono proposti incentivi per l’efficienza nell’uso dell’acqua, il riutilizzo delle acque grigie e la revisione dei sistemi tariffari. Seguono il settore energetico, con incentivi per l’efficienza, la gestione della domanda e lo stoccaggio di energia, e quello della pesca, con misure dedicate all’efficienza energetica delle flotte e alla diversificazione delle attività. Tra le azioni più significative figurano le agevolazioni fiscali per la manutenzione del patrimonio culturale e gli incentivi destinati all’abbandono di aree costiere particolarmente esposte all’erosione e all’inondazione.

    I piani di investimento costituiscono il terzo gruppo di strumenti. Più che prevedere nuovi fondi dedicati, queste azioni mirano a definire criteri di priorità per la spesa pubblica, privilegiando la manutenzione e la messa in sicurezza delle infrastrutture strategiche sulla base di analisi costi-benefici e valutazioni del rischio. Il medesimo approccio viene proposto per il dissesto idrogeologico, gli insediamenti urbani e le risorse idriche, mentre nel settore agricolo viene richiamato il ruolo dei Programmi di Sviluppo Rurale nel sostenere sia interventi di prevenzione sia il ripristino dopo eventi calamitosi.

    Molto più limitato è invece il ricorso agli strumenti di compensazione, rappresentati sostanzialmente dal rafforzamento del Fondo di solidarietà nazionale per il settore agricolo in relazione agli effetti della siccità e della crescente incertezza climatica. Le certificazioni ambientali, infine, riguardano tre azioni dedicate alla certificazione forestale, alla valorizzazione del pescato e all’integrazione della qualità dell’aria nelle certificazioni energetiche degli edifici.

    L’Allegato III affronta il tema delle assicurazioni soprattutto nel settore agricolo. Viene richiamato il Piano nazionale di gestione del rischio in agricoltura, che prevede polizze agevolate per colture, allevamenti e produzioni. Tra gli esempi riportati figura la copertura assicurativa per la perdita di produzione di latte dovuta allo stress termico del bestiame, subordinata al superamento di specifiche soglie climatiche e alla presenza di sistemi di raffrescamento funzionanti negli allevamenti.

    Nel complesso il PNACC utilizza la leva economica soprattutto per orientare gli investimenti esistenti e modificare gli incentivi che guidano i comportamenti di cittadini, imprese e amministrazioni, più che per creare nuovi strumenti finanziari dedicati all’adattamento. Questa impostazione è coerente con la scelta del mainstreaming finanziario, ma lascia ancora aperte alcune questioni operative che dovranno essere sciolte attraverso l’Osservatorio nazionale per l’adattamento ai cambiamenti climatici.