Il dibattito sull’attuazione del Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici (PNACC) avvenuto durante il 3° incontro del progetto italiano di AI4D evidenzia una profonda distanza tra le strategie centrali e la realtà percepita a livello territoriale. Nonostante l’approvazione del Piano e la definizione teorica della sua struttura, l’effettiva messa in pratica si scontra con ritardi istituzionali e una diffusa difficoltà di coinvolgimento dei cittadini. Questo scenario solleva interrogativi cruciali su come far dialogare i diversi livelli della governance e trasformare le linee guida tecniche in azioni politiche prioritarie e condivise.
Qual è l’attuale struttura di governance prevista per il Piano Nazionale di Adattamento ai Cambiamenti Climatici e quali criticità emergono nella sua implementazione?
La governance del piano si articola principalmente su due livelli: uno centrale e uno territoriale. A livello nazionale, la responsabilità fa capo al Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica, supportato dall’Osservatorio Nazionale per l’Adattamento ai Cambiamenti Climatici. Quest’ultimo è composto da un comitato esecutivo interministeriale — dato che l’adattamento tocca ambiti trasversali come trasporti e lavoro —, da una segreteria tecnica per il supporto scientifico e da un forum multi-stakeholder aperto a società civile, imprese ed enti di ricerca. A livello locale, regioni e comuni dovrebbero replicare questi meccanismi per la pianificazione territoriale. Tuttavia, la principale criticità risiede nei tempi di attuazione: a quasi tre anni dall’approvazione del piano, gli organi chiave dell’Osservatorio non sono ancora pienamente operativi e le procedure per l’adesione delle organizzazioni della società civile sono state avviate con forte ritardo, generando una fase di sostanziale stallo.
In che modo i cittadini percepiscono il ruolo dei piccoli comuni nella gestione delle politiche climatiche?
La percezione dei e delle partecipanti evidenzia una marcata distanza tra la popolazione e le amministrazioni locali, in particolare nei piccoli comuni. Molti residenti non si sentono minimamente coinvolti e spesso non sono a conoscenza dell’esistenza del PNACC o delle strategie climatiche dell’ente locale. Per i cittadini delle piccole realtà, il rapporto con il comune si limita a questioni burocratiche ordinarie o a dinamiche amministrative straordinarie, mentre manca del tutto un canale di comunicazione strutturato sui temi ambientali. Questo isolamento informativo si traduce nell’impossibilità, per la cittadinanza, di valutare o supportare l’azione locale, alimentando la sensazione che a livello territoriale non si stia facendo abbastanza o che l’azione climatica non esista affatto.
Esiste un problema di priorità politica rispetto alla crisi climatica nel dibattito pubblico italiano?
Sì, i e le partecipanti evidenziano come la politica climatica non sia percepita come una reale priorità nazionale da parte dei decisori politici. A differenza di altri temi caldi come l’immigrazione o il riarmo, che dominano l’agenda politica e l’opinione pubblica, la crisi climatica viene affrontata dai media e dalle istituzioni in modo estemporaneo, spesso limitandosi alle lamentele per le ondate di calore estive senza che a questo segua una programmazione strutturata. Lo stallo attuale non è dovuto a una mancanza di linee guida o di suggerimenti scientifici — che sono invece numerosi e aggiornati a livello nazionale e internazionale —, ma all’assenza di un input politico forte e di una chiara volontà di allocare risorse intellettuali, economiche e infrastrutturali per affrontare l’emergenza in modo sistematico.
Quale rapporto dovrebbe intercorrere tra la componente scientifico-tecnica e la mediazione politica nella gestione dell’adattamento?
Secondo i e le partecipanti, gli aspetti tecnico-scientifici e la mediazione politica devono procedere strettamente di pari passo. Se da un lato l’affidamento esclusivo alla visione politica risulterebbe privo di solide basi concrete, dall’altro la ricerca, i dati tecnici e i modelli scientifici non possono tradursi in interventi reali senza la volontà e la forza attuativa della politica. La politica ha il compito imprescindibile di tradurre le indicazioni degli scienziati in scelte concrete, decidendo come investire le risorse e quali interventi privilegiare. In questo contesto, i problemi tecnici sono considerati secondari rispetto alla capacità di realizzazione politica, la quale deve trovare il coraggio di agire anche quando le misure di adattamento vanno a impattare su interessi economici e sociali consolidati.
Quali sono i canali e gli strumenti suggeriti per stimolare e migliorare la partecipazione attiva della cittadinanza e dei territori?
Per superare l’attuale fase di stallo e stimolare la partecipazione dal basso, i e le partecipanti propongono un approccio multicanale che integri strumenti innovativi e metodi tradizionali. Tra i canali digitali e professionali viene suggerito l’uso di LinkedIn per intercettare competenze e sensibilità esterne ai soliti circuiti, oltre all’adozione di piattaforme tecnologiche di partecipazione come dembrane. Tuttavia, per garantire la massima inclusione ed evitare che intere fasce di popolazione vengano escluse, è ritenuto fondamentale valorizzare le associazioni territoriali già attive e utilizzare canali fisici e tradizionali, come l’invio di informative cartacee direttamente a casa dei cittadini. Questo mix di strumenti permetterebbe di trasformare le consultazioni da passaggi formali e burocratici a reali processi deliberativi.
Quali esempi concreti di adattamento urbano dimostrano che un cambiamento a livello locale è possibile?
Nonostante le difficoltà generali della governance, esistono esperienze internazionali e locali che dimostrano l’efficacia di interventi mirati a livello comunale. Viene citato il caso di Medellín, dove la creazione di una rete stradale verde al posto di arterie asfaltate ha permesso di ridurre la temperatura urbana di circa 1,5 o 2 gradi. Un altro esempio è Guimarães, in Portogallo, nominata Città Europea del Verde grazie alla realizzazione di cinture verdi collegate da corridoi ecologici. Questi modelli dimostrano che azioni concrete come la depavimentazione, la liberazione degli spazi asfaltati e l’incremento del verde urbano sono le risposte più efficaci e realizzabili nel breve termine per proteggere la popolazione, che in Italia vive per circa il 70% in contesti urbani di medie e grandi dimensioni.
Il confronto ha messo in luce come la governance del cambiamento climatico in Italia si trovi ancora “sulla riva del fiume”, rallentata da ritardi burocratici e dalla mancanza di una reale priorità politica nazionale. Per sbloccare questa situazione, è indispensabile che la pianificazione scientifica sia sostenuta da una forte volontà politica e da una spinta partecipativa dal basso. Solo valorizzando le associazioni locali, diversificando i canali di comunicazione e investendo nei piccoli e grandi comuni si potrà trasformare il Piano Nazionale in azioni concrete e diffuse sul territorio.














